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L'intervista/Alessandro Rimassa e la passione per l'innovazione

Data di pubblicazione:16/05/2013
Categorie:Le interviste, Startup
Autore:Cliclavoro

Alessandro Rimassa è Direttore della Scuola di Management e Comunicazione dell'Istituto Europeo di Design di Milano. Ma è anche scrittore e giornalista professionista, esperto conoscitore di startup innovative, nuovi media e formazione con esperienze in diversi giornali e programmi televisivi. Un eclettico opinion leader che Cliclavoro ha intervistato e che sarà protagonista, il 22 maggio alle ore 15.00, della prima Tweetalk di Cliclavoro (hashtag #tweetalk), l'intervista su Twitter in cui potrete intervenire con domande e opinioni personali. Nel programma, “Generazione S” ha raccontato le storie di successo dei giovani startupper italiani. Qual è la storia che le è rimasta più impressa e perché? In due anni abbiamo raccontato oltre 100 storie, io personalmente ne ho valutate più di mille per scegliere le migliori, quelle più interessanti in grado di regalare ispirazione e motivazione ad altri giovani e di spiegare com'è possibile, oggi e in Italia, fare impresa. Sceglierne soltanto una è ovviamente difficilissimo... gliene propongo tre. Quella di Benedetta Bruzziches, una giovane donna che ha sempre sognato la moda e, dopo aver lavorato per grandi stilisti in tutto il mondo, ha aperto la propria azienda di borse in provincia di Viterbo a Caprarola, la sua città Natale, per sottolineare che la cosa più importante che abbiamo noi italiani sono le nostre radici. Poi c'è Marco De Rossi: a 14 anni si è inventato una scuola online e oggi il suo Oil Project è il più grande liceo online italiano, con oltre duecentomila lezioni gratuite. Come terza scelgo la storia dei ragazzi di Ostello Bello: hanno portato il concetto di ostello di alta qualità, tipico del nord Europa, anche in Italia, a Milano, unendo ottimi servizi a prezzi bassi e favorendo quindi la possibilità di viaggiare anche da noi per chi non ha capitali da spendere. Poi ognuno può scegliere la propria storia, sul sito www.alessandrorimassa.com sono disponibili i video di molte puntate, da guardare per capire che “l'Italia che fa” esiste, eccome. Si è auto-definito “innovation addicted” e “new generation facilitator”. Da dove nasce l’entusiasmo per le nuove tecnologie e quando ha capito l’importanza del ruolo del web per il business? Il mio è entusiasmo per l'innovazione, che utilizza la tecnologia ma è sempre frutto della capacità e del pensiero umano, e impegno dedicato all'affermazione delle nuove generazioni, dei giovani, perché la svolta arriverà solo quando inizieremo a dare spazio a loro nel presente, non a pensare ai giovani come risorsa per un futuro remoto. Credo che il momento che stiamo vivendo, una gigantesca crisi culturale prima che economica, abbia una via d'uscita possibile e positiva, di fatto già in atto, anche se ancora sotto traccia: è la costruzione di un nuovo modello sociale con al centro l'essere umano, una human-centered-society che si contrappone alla money-centered-economy che ci ha portato dove siamo oggi. Naturalmente Internet in tutto ciò ha un ruolo enorme, non soltanto per la libertà di informazione ma anche per lo sviluppo di un business meritocratico: Internet è la possibilità di affermazione per chi ha idee, progetti, determinazione indipendentemente dalle risorse finanziarie a disposizione, cioè per chi merita. Lei è direttore della Scuola di Management e Comunicazione dello IED in cui, tra le altre cose, proponete il “design thinking” da applicare alla formazione manageriale. In cosa consiste? Il design thinking è la metodologia alla base di tutti i nostri corsi: abbiamo cioè applicato il metodo della progettazione, in inglese design, anche al management e alla comunicazione. Questo significa gestire i progetti attraverso un processo chiaro che prevede una fase di ricerca e analisi, una fase di ideazione, una fase di sviluppo e prototipazione e una fase di test, costruendo strategie, prodotti e servizi basati sulle reali esigenze dell'utente. Questo è il metodo che favorisce creatività e innovazione, valori centrali per far emergere l'unicità del made in Italy. Io poi credo che per formare professionisti competitivi sia essenziale dotarli di un metodo e della capacità di sviluppare il pensiero laterale, perché limitarsi a dare nozioni su nozioni, quando con la rapida evoluzione del mercato queste risultano superate nel giro di pochissimi anni, equivale a rendere i nostri ragazzi non competitivi rispetto ai loro coetanei che studiano in Inghilterra, in Nord America o in Nord Europa. Il titolo del suo libro “Generazione mille euro”, scritto con Antonio Incorvaia e tradotto in 7 lingue, è diventato in poco tempo un neologismo, oltre che un film. Dopo 8 anni, secondo lei, cosa è cambiato in Italia? La voglia di reagire inizia a prevalere? Purtroppo mai avremmo pensato, nel 2005, che la situazione degenerasse così. Allora far parte della generazione mille euro terrorizzava i ragazzi, era considerato uno stipendio misero, ora invece è diventata una speranza. È assurdo! Però quello che vedo oggi è un grande cambiamento in atto: per ora è ancora sotto traccia, ma ci sono tante donne e tanti uomini, di tutte le età e non solo tra i giovani, che stanno concretamente agendo, rimboccandosi le maniche, costruendo nuove iniziative, imprese, startup, associazioni. Gli italiani hanno capito che i propri rappresentanti non sono né buoni né cattivi, semplicemente non sono dei leader. E così votano di meno e agiscono di più: credo che nel giro di pochi anni l'Italia cambierà e lo farà grazie a tantissime persone che stanno compiendo una rivoluzione silenziosa, senza proclami ma con capacità e determinazione. In fondo si torna indietro, al dopoguerra, alla forza delle idee, della partecipazione, della condivisione: ce la faremo e dovremo ringraziare tutti quelli come noi, la gente normale.