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A dress for success, l'associazione che aiuta le donne a trovare lavoro

“Lo scopo della vita è lo sviluppo di noi stessi, la perfetta realizzazione della nostra natura: è per questo che noi esistiamo.” (Da “Il ritratto di Dorian Gray”, Oscar Wilde, 1890). E l’aspetto esteriore può essere solo l’inizio di questa realizzazione. Così l’hanno immaginata le fondatrici di “A dress for success”, un’organizzazione no profit nata nel 1997 a Manhattan (New York) per volontà della studentessa Nancy Lublin con l’obiettivo di emancipare le donne del disagiato Bronx e di aiutarle a trovare un’occupazione. Come? Attraverso percorsi di avviamento professionale, di sostegno, di supporto pragmatico e psicologico. Esempio ne è il programma “Career center” (focalizzazione delle competenze, revisione del curriculum, lettera di presentazione, prova del colloquio, etc.). Il percorso è affiancato dal cuore dell’iniziativa, il “Suiting program”, che unisce l’assistenza in boutique (grazie ai capi d’abbigliamento donati dalle case di moda o da privati) alla riscoperta dell’autostima. Perché “A dress for success”, che da pochi mesi ha aperto la sua prima sede in Italia (Roma, via del Casaletto 400), nasce da questa idea centrale: prestare alle donne l’abito per il colloquio o per la prima settimana di lavoro. Ma ampia è l’offerta di servizi dell’associazione. Basti pensare a “Professional women group”, workshop mirati su temi aziendali (financial planning, networking, time management, mentoring, etc.) e seminari di crescita professionale su diverse tematiche (gestione dei conflitti sul lavoro, etc.). A quale target si rivolgono i servizi associativi? Il sostegno è per donne fra i 18 ed i 60 anni, svantaggiate, immigrate o disoccupate da più di quattro mesi, con l’obiettivo di favorire l’uguaglianza di genere, l’empowerment e, soprattutto, l’indipendenza economica che rende la donna autonoma nelle proprie scelte. Obiettivo finale è far uscire il talento femminile e “vestire la voglia di fare delle donne”.

L’associazione è presente in 30 paesi del mondo con 152 filiali, dove ha aiutato 55 mila donne a ritrovare il rapporto con il lavoro. Il progetto è partito grazie all’autofinanziamento, in attesa di partecipare a bandi e di stringere partnership. L’associazione è supportata da volontarie che vengono adeguatamente formate.

Dell’idea originale ne parliamo con Francesca Jones, consulente di comunicazione, fondatrice e presidente della sede italiana.

Cosa vi ha spinti ad aprire una filiale in Italia?

Una mia amica è andata a lavorare all’ONU a New York ed è diventata volontaria dell’associazione “A dress for success”. Io in Italia ho provato a candidarmi come volontaria ma l’unica strada era aprire una filiale; così ho sviluppato un business plan e l’ho inviato alla casa madre che, nel giro di 18 mesi, mi ha concesso il brand per l’apertura della prima sede italiana. L’obiettivo è creare sensibilità nelle donne, fargli riscoprire l’autostima.

Quali strumenti mettete a disposizione delle donne?

Gli abiti vengono donati alle donne per il loro primo colloquio di lavoro. Le donne sono segnalate dai centri di accoglienza, dai centri per l’impiego, dalle associazioni a difesa delle donne. Recentemente ci siamo iscritti anche all’albo degli intermediari per l’assegno di ricollocazione promosso da ANPAL. Nello specifico il “Suiting program” è una donazione gratuita di un abito alle donne. Gli abiti ci vengono dati da privati, da case di moda o da associazioni, come la PPG azienda di carrozzeria che ogni anno lancia una campagna per il sociale, o da Bulgari. Le donne che hanno ottenuto un lavoro continuano ad aver la possibilità di prendere abiti per le loro prime settimane di lavoro. Il programma “Career center” vuole offrire alla donna strumenti per essere indipendente nella ricerca del lavoro. Da un’analisi preliminare sui servizi attuali per il lavoro ci siamo infatti rese conto che manca il follow up ed il feedback per rendere autonoma una donna nella ricerca di un’occupazione. Procediamo prima con un incontro in cui valutiamo la storia personale e la condizione psicologica per focalizzare gli obiettivi; il secondo step è l’incontro per la redazione del cv e della lettera di presentazione, il terzo è il colloquio di lavoro. La nostra associazione organizza training per formare i volontari, che devono avere competenze e sensibilità per svolgere questo servizio. Cerchiamo di adattare all’Italia il modello statunitense. L’ultimo programma è “Professional women group” rivolto alle donne che hanno già trovato lavoro, cui proponiamo seminari per la crescita professionale, mindfullness con relatori esterni.

La sede italiana è attiva da soli cinque mesi, ma finora quali risultati concreti avete ottenuto?

In questi primi mesi ci siamo focalizzate sulla scelta della sede, sulla costituzione degli organi sociali, sull’organizzazione di eventi di lancio dell’iniziativa. Ora stanno arrivando le prime richieste, abbiamo incontrato quattro donne con esperienze diverse. Sono italiane sopra i 45 anni, immigrate senza titolo di studio, vittime di violenza. I loro sorrisi ci confortano della bontà della nostra idea.

Quanto è importante per voi far parte di una rete internazionale?

Molto, grazie al network abbiamo vedute più ampie. Ogni anno la casa madre organizza una conferenza in cui ci si confronta sui mercati del lavoro dei diversi Paesi del mondo e sugli strumenti più adatti ed utili per aiutare le donne.

Quali problemi hanno le donne in Italia nel mondo del lavoro?

Difficoltà di crescita, poca offerta, concorrenza. Molte donne con cui abbiamo parlato vengono da imprese che hanno chiuso e che non hanno mai investito sul loro aggiornamento professionale. Oggi hanno un gap di competenze, non sono aggiornate sull’evoluzione del mondo del lavoro.

Pensa che gli interventi per favorire l’occupazione femminile siano efficaci? Quali di questi sono positivi?

Da donna rispondo di no perché parlano i fatti, e dicono che il cambiamento non c’è stato.

Cosa consiglierebbe ad una donna che vuole aprire una propria attività?

Una futura imprenditrice deve avere consapevolezza delle proprie capacità; spesso le donne hanno un talento ma non lo sanno. Poi punterei sul network, sulla capacità di creare relazioni, sull’entusiasmo contagioso, sulla scelta di giusti collaboratori.

Quali sono le caratteristiche femminili che emergono nel lavoro?

Sicuramente sensibilità, connettività, empatia. Un’azienda che funziona dovrebbe investire sull’equilibrio di genere dei propri dipendenti.

Siete partiti con l’autofinanziamento ed il volontariato: quali progetti avete per il futuro?

Stiamo lavorando a campagne di fundraising con le fondazioni, stiamo studiando i nostri primi passi di crowdfunding, la possibilità di partecipare a bandi comunitari, nazionali e regionali, e scegliendo i nostri compagni di viaggio per lo sviluppo dell’associazione.

Nella vostra mission avete puntato molto sul concetto di indipendenza economica della donna: ritenete che su questo in Italia ci sia stata un’evoluzione?

Negli ultimi trenta anni la mentalità sulla donna al lavoro si è evoluta, rompendo equilibri anche in istituzioni classiche come la famiglia. Penso che ci voglia equilibrio nel considerare oggi il rapporto fra la donna ed il lavoro.

 

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