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Addio agli sprechi con Rebox

Abbiamo già trattato il tema della sostenibilità agroalimentare con il nostro approfondimento sulla nascita di molte startup virtuose che riescono a proporre modelli di business innovativi in grado di ridurre lo spreco alimentare.

Ebbene, il principale canale su cui sono nate proposte di successo nella filiera agrifood è quello del riutilizzo dell'eccedenza e dello scarto. Come il caso di Rebox, la startup che sviluppa contenitori riciclabili dal design innovativo, per permettere ai consumatori di portare a casa dal ristorante avanzi di cibo. Vincitrice di numerosi riconoscimenti, esempio virtuoso di collaborazione con aziende ed enti pubblici, nonché di azioni per sensibilizzare anche i bambini, la startup è riuscita a raggiungere un network che vanta attualmente 500 ristoranti e circa un milione e mezzo di consumatori. 

Di seguito l’intervista a Marco LeiCo-Founder e Ceo della realtà imprenditoriale.

Quando e come nasce Rebox?

Come tutte le famiglie con figli, ogni qualvolta che andiamo al ristorante ci troviamo a dover affrontare il problema del cibo avanzato nel piatto dei bambini. A luglio 2015, dopo aver richiesto per l’ennesima volta di portare a casa ciò che non era stato consumato, ci siamo chiesti come mai in Italia non esistesse un prodotto adatto allo scopo, come invece accadeva già in molti altri paesi (gli Stati Uniti insegnano). Abbiamo cercato di capire quanto impatto avesse in Italia questo problema e ci siamo accorti che lo spreco di cibo raggiunge cifre impensabili: parliamo di 8 milioni di tonnellate di cibo buttato (di cui il 21% viene dalla ristorazione e dai catering). Il nostro obiettivo è quindi diventato quello di promuovere un sostanziale cambiamento di cultura che porti a vedere il cibo non finito come una risorsa. Per portare avanti il progetto, Rebox si avvale a oggi dei tre soci fondatori e numerose collaborazioni esterne.

Quali difficoltà avete incontrato?

Fin dall’inizio abbiamo avuto una grande esposizione mediatica, sintomo di una sensibilità elevata da parte dell’opinione pubblica. Diversa invece è stata la visione dei ristoratori (nostro cliente principale), che difficilmente percepiscono la cultura del "refood". Parlare di spreco di cibo in questo momento è di moda e fa tendenza, ma bisogna smarcarsi da questo atteggiamento puramente ideologico e cominciare, ognuno di noi, a fare qualcosa di concreto. Sono i piccoli gesti quotidiani che modificano un atteggiamento e una cultura. Progetti sotto il cappello “lotta allo spreco” danno visibilità, ma non aiutano a diminuire i numeri dello spreco. “Doggy bag” con vaschette di alluminio non danno continuità di prodotto e risulta difficile cambiare una cultura lavorando con progetti “one shot”.

Perché in Italia la “Foody Bag” fatica a decollare? Cosa vi aspettate dal vostro progetto?

In Italia è ancora radicata una forma di vergogna e imbarazzo, anche solo nel chiedere di poter portare a casa quanto non terminato al ristorante. Uscire dal locale con una vaschetta di plastica o alluminio, dentro un sacchetto improvvisato è un gesto ai più poco gradito. Aiuterebbe a superare l’imbarazzo l’atteggiamento del ristoratore, che faccia capire al proprio cliente che non c’è motivo di vergognarsi. Il nostro progetto si sta espandendo giornalmente e vogliamo che diventi uno dei punti di riferimento nella lotta contro lo spreco del cibo. Più del 70% degli italiani ha affermato che sarebbe disposto ad utilizzare il servizio di “Foody Bag” se gli venisse proposto un contenitore bello, comodo e pratico e noi cerchiamo di soddisfare questa richiesta.

In cosa consiste il contenitore?

La nostra Refood è un contenitore in cartone riciclato, con all’interno una vaschetta in polpa di cellulosa (compostabile) o in polipropilene (riciclabile). Entrambe le vaschette possono essere inserite direttamente nel microonde per riscaldare ciò che si è portato a casa. Il cartone esterno è dotato di una pratica maniglia ed è “vestito” da giovani artisti emergenti, che ci propongono la loro visione della lotta allo spreco. Può essere personalizzata per eventi, per aziende o comuni e stiamo cercando una soluzione per personalizzare le basse tirature, per far fronte alle richieste pervenute per matrimoni, cerimonie o piccoli eventi. Non ci dimentichiamo che oltre a Refood abbiamo anche Rewine, un contenitore per portare a casa la bottiglia di vino aperta, ma non terminata, prodotto nato per promuovere un bere equilibrato e consapevole.

A chi vi rivolgete?

Inizialmente ci rivolgevamo direttamente ai ristoratori, cosa che in minima parte continuiamo ancora a fare; ora cerchiamo di lavorare prima sulla cultura contro lo spreco in modo da rendere più automatico l’utilizzo delle Refood. Per far questo cerchiamo di elaborare progetti che vadano a incentivare determinati atteggiamenti con tutti gli attori dello spreco: i bambini, le famiglie, le aziende, i clienti dei ristoranti e i ristoranti stessi.

Quali sono i progetti che state portando avanti e quali partnership avete?

Il progetto Rebox si avvale di numerose partnership: quella principale è con Ticket Restaurant; quelle commerciali con Favini, Tupperware e Dhl; quelle di progetto con Danone, Enel e Arjowiggins e quelle accademiche con Iescum e Politecnico di Milano, con il quale partecipiamo all’osservatorio per la food sustainability. Queste partnership ci permettono di sviluppare progetti che presentiamo alle amministrazioni comunali per andare a creare una cultura anti spreco locale lavorando con i bambini nelle scuole, mense scolastiche, i genitori dei ragazzi e i ristoranti.

Premi conseguiti? Quali sono i vostri prossimi progetti?

Abbiamo vinto il premio "Innova con Crt" della Fondazione, il premio "Green pride" di Fondazione Univerde, un programma di accelerazione presso Socialfare e siamo seguiti e accompagnati da due anni da Reseau Entreprendre. I progetti futuri sono tutti focalizzati a facilitare la formazione di una nuova cultura: nel cassetto abbiamo un’app che permetterà non solo di trovare i ristoranti che dispongono dei nostri prodotti, ma anche di consultare delle ricette da fare, utilizzando quello che ti è avanzato in casa. Per i bambini abbiamo in cantiere un fumetto e probabilmente un gioco online, proprio per aiutarli a entrare nel mondo del cibo sostenibile. Abbiamo intenzione di aumentare le nostre partnership e stiamo cominciando a valutare la possibilità di rivolgerci al mercato francese, che ha visto approvare prima dell’estate una legge che obbliga tutti i ristoranti, entro il 2021, a dare il servizio di “doggy bag”. In Italia, più che obbligare a livello statale sarebbe opportuno riuscire a incentivare l’utilizzo della “scatola” attraverso, per esempio, uno sconto da applicare agli elevati costi sostenuti dai ristoratori per lo smaltimento dei rifiuti.

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