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Beteyà, la startup che coniuga integrazione e sostenibilità

Una startup che si occupa di abbigliamento uomo-donna, fondata da giovani siciliani e migranti, all’interno di beni confiscati alla mafia. Questo è il biglietto da visita di Beteyà, realtà sicula gestita dall’Associazione Don Bosco 2000.


“A febbraio 2017 - racconta Gabriella Giunta, responsabile ufficio comunicazione Don Bosco 2000 - un network di partner siciliani (Das Società Cooperativa, Confcooperative Sicilia, Comune di Villarosa, l’associazione culturale Bellarrosa e Don Bosco 2000 stessa in qualità di capofila, ndr) propose l’idea Sud Arte&Design per il bando Beni Confiscati 2016 di Fondazione con il Sud; con l’obiettivo di creare un progetto di sviluppo per il territorio e sostenere la legalità. Grazie ai fondi ricevuti, a ottobre seguente è stata avviata la parte concreta del progetto: lavori di ristrutturazione dei beni confiscati alla mafia e la definizione del visual e del piano di marketing. Infine – continua Giunta –, i giovani del territorio aderenti al progetto hanno seguito i corsi di formazione specifici in materia di moda, visitando fiere, aziende e fornitori vari per individuare poi macchinari e materiali idonei”.

Parallelamente a queste attività è cominciato l’allestimento del negozio catanese e la realizzazione del sito di e-commerce. “A inizio dicembre scorso abbiamo aperto il primo punto vendita fisico in Via Etnea – afferma con orgoglio Giunta –, riuscendo così a trasformare in realtà concreta i valori che connotano il brand Beteyà: integrazione, legalità, eticità, sostenibilità ed esclusività”.

L’espansione del marchio si sviluppa ancora oggi sul web e sull’isola, dato che il 21 dicembre scorso è stato inaugurato il secondo shop Beteyà, nel comune di Piazza Armerina, in Via Garibaldi e altre aperture sono previste per l’anno in corso. Nei negozi sono disponibili tutti i capi realizzati dai giovani disoccupati siciliani e dai migranti, ma gli shop sono anche un luogo in cui diffondere valori e idee: ad esempio al loro interno sono già stati svolti eventi culturali come presentazioni libri e mostre fotografiche, con l’obiettivo di sensibilizzare i più giovani sui temi della legalità e dell’integrazione. “Non solo – aggiunge Giunta -, perché i nostri punti vendita sono anche un luogo di aggregazione giovanile, con eventi legati anche al gioco da tavolo, proprio per favorire il dialogo tra ragazzi”.

La scelta di “occuparsi” d’abbigliamento non è casuale. “È derivata da un’analisi di marketing che ha individuato nella moda un settore nel quale le competenze dei giovani trovano maggiore spinta ed entusiasmo – afferma Giunta -, soprattutto per i migranti. La strategia complessiva del progetto è comunque quella di mettere insieme capitali umani diversi per la realizzazione e vendita di un prodotto che rappresenta la sintesi tra due diversità culturali come quella africana e l’europea”.

E i proventi? Per ogni capo venduto, la quota di 1,33 € viene devoluta ai progetti che l’Associazione Don Bosco 2000 sta realizzando in Senegal e Gambia. In questi paesi, grazie al progetto della migrazione circolare, si aiutano i migranti che sono arrivati in Sicilia a rientrare nel loro Paese, dopo aver acquisito competenze nei settori dell’agricoltura e della gestione d’impresa. Grazie al loro impegno, si stanno realizzando orti nei villaggi più poveri della savana senegalese e gambiana, per creare opportunità di sviluppo sostenibile in grado di dare un’alternativa alla migrazione forzata di tanti giovani africani. Il resto dei proventi invece serve a sostenere l’attività del brand.

L’Associazione Don Bosco 2000 è da sempre impegnata nel sociale e in passato ha attivato diversi progetti in Sicilia legati all’integrazione. A Catania ad esempio è stato avviato nel 2015 il progetto di gestione di un lido balneare in cui buona parte degli operatori è composta da migranti. “Il motto del progetto è chi è accolto, accoglie – conclude Giunta - perché sono proprio i giovani migranti ad accogliere i bagnanti”.

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