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Big Data

La rivoluzione digitale, con la diffusione dei dispositivi mobili e dei social network, ha causato una vera e propria esplosione di dati non eterogenei e dinamici: i cosiddetti “Big data”.

Allo stato attuale i dati digitali sono ovunque, in ogni settore, in ogni economia e in ogni organizzazione. L'abilità di generare, comunicare, condividere e accedere ai dati è stata rivoluzionata ulteriormente dall'aumento del numero di persone che fanno uso di dispositivi mobili come gli smartphone, e dai sensori che sono connessi con le reti digitali.

I nostri movimenti lasciano traccia nelle traiettorie disegnate dai sistemi di navigazione delle auto; i nostri desideri, opinioni, sentimenti lasciano traccia nelle domande che facciamo ai motori di ricerca, nei tweet che inviamo e riceviamo, nei social media a cui partecipiamo così come i nostri stili di vita lasciano traccia nei record degli acquisti. Persino le nostre relazioni sociali lasciano traccia in rete.

Ma cosa sono esattamente i Big Data? E soprattutto perché negli ultimi anni le aziende ne fanno sempre più ricorso?

Il termine “Big Data”, ricorrente degli ultimi anni nel mondo dell'innovazione, del marketing e dell'informatica, indica una aggregazionne di dati così estesa in termini di volume, velocità e varietà (le cosiddette tre ‘v’) da richiedere metodi analitici specifici per l'estrazione che vanno ben al di là dei sistemi convenzionali di gestione e immagazzinamento dei dati.

Il volume è pari ad almeno una decina di terabyte e può arrivare ai petabyte e oltre (dati astronomici, meteo o genomici). La velocità descrive il fatto che questi dati (provenienti da fonti di informazione completamente eterogenee e in formati diversi) variano molto rapidamente e possono diventare subito obsoleti. La varietà è invece un parametro che indica l’eterogeneità dei dati non strutturati (come le pagine internet o quelle dei social network).

Il termine Big Data non è riferito solo ai dati, ma viene utilizzato anche per descrivere gli strumenti, i processi e le procedure che consentono a un'organizzazione di creare, manipolare e gestire i grandi dataset da cui poter trarre informazioni rilevanti.

Indipendentemente dal tipo d'impresa e di settore, la capacità di cogliere, estrapolare e organizzare l’enorme quantità di dati per poi trasformarla in informazioni leggibili è indispensabile per rimanere competitivi e offrire servizi all’avanguardia.

I Big Data si configurano dunque come un'importante risorsa per l'innovazione e per la produttività delle aziende
e potrebbero generare un grande valore al pari addirittura del nuovo petrolio, come già affermava nel 2006 il ricercatore di mercato Clive Humby.

Combinati con sofisticate analisi di business, i dati digitali riescono a dare alle imprese pronostici sul comportamento dei clienti, permettendo di prendere decisioni più velocemente e più efficacemente rispetto alla concorrenza.

Un esempio? Google riesce a proporre una pubblicità mirata agli utenti proprio perché analizza efficacemente le ricerche effettuate, i luoghi da cui si fanno le ricerche e ciò che viene scritto con Gmail.

Ma non solo: le organizzazioni utilizzano i dati anche per incrementare l’efficienza operativa e le performance  produttive, potenziare le relazioni con i clienti, innovare i prodotti, i processi e i modelli di business, accelerare e sincronizzare le consegne, migliorare e semplificare il processo decisionale.

È intuitivo che per gestire un mondo dominato dai dati servono, non solo i giusti strumenti tecnologici, ma anche qualcuno in grado di maneggiarli e di tradurli in pratiche virtuose.

Quali sono le nuove professionalità legate ai Big Data e le opportunità di impiego nel settore? Consulta le schede che seguono per scoprirlo!

I dati digitali creano milioni di posti di lavoro, tanto che oltreoceano sono stati creati opportuni percorsi universitari per formare chi lavora con i dati.

Anche in Italia le opportunità non mancano e il mercato dei Big Data sembra aprire centinaia di possibili sbocchi lavorativi in imprese, assicurazioni, aziende farmaceutiche (per citare solo alcuni esempi), contemporaneamente la proposta formativa di molti atenei si è arricchita con corsi e specializzazioni ad hoc.

A fronte di una sempre maggiore quantità di dati a disposizione delle organizzazioni, cresce la richiesta di profili professionali che uniscano conoscenze di statistica, informatica, economia, oltre che visione integrata di business. Ecco, allora il Data Analyst che si occupa di selezionare nella mole immensa di informazioni di un’azienda quelle davvero importanti; il Data Architect, coinvolto nella progettazione dei sistemi informatici, che si occupa in prima persona dell'organizzazione dei dati in modo che si raggiungano gli obiettivi prefissati; il Data Modeler, impegnato nella progettazione di modelli di dati; il Chief Data Officer che affianca il Chief Marketing Officer, il Chief External Relations Officer e il Chief Information Officer nella definizione delle strategie di marketing e comunicazione aziendali, favorendo un uso strategico della rete. Questo tipo di professionista deve saper spaziare fra diversi ambiti: ICT, Customer Care, Project Management, e-Commerce. Il suo ruolo è infatti quello di costruire un piano di governance che tenga traccia dei dati in modo efficace: dove sono salvati, chi vi accede, quanto spesso vengono puliti e controllati. E ancora: il Data Scientist che, con le sue capacità di analizzare e interpretare dati, diviene sempre più una figura professionale essenziale e quindi richiesta nel mondo aziendale.

Fino a un recente passato, i data scientist si sono formati empiricamente, in modo autonomo, combinando le proprie attitudini, gli studi individuali e le opportunità aziendali, senza un percorso di formazione specifico.

Negli ultimi tempi però, si sono sviluppate iniziative in sinergia tra il mondo accademico e le aziende, per costruire dei curricula che preparino a questa professione.

Per mettere a disposizione sul mercato figure specializzate in questo ambito, la  LUISS Business School - la scuola di alta formazione manageriale dell’Università LUISS Guido Carli - promuove il Master in Big Data Management che, attraverso un mix sapiente di tecnologie informatiche, matematiche, analitiche e competenze manageriali, prepara futuri Data Scientist e professionisti in grado di soddisfare rapidamente la richiesta di nuove competenze che giunge dal mercato per l’analisi dei Big Data.

Il corso, realizzato in collaborazione con Oracle, azienda leader nell’ambito dell’analisi e della gestione dei dati, prevede anche una fase di lavoro sul campo da realizzare in un’azienda.

La partnership con il mondo azienda ibrida il corso di studio in maniera molto forte: da un lato con l’incontro tra esperienza e apprendimento, dall’altro con la consapevolezza del valore delle tecnologie e di come queste funzionino. Durante le attività formative, della durata di 12 mesi, gli studenti potranno infatti sviluppare concretamente le loro conoscenze di soluzioni e tecnologie di Advanced Analytics e di gestione dei Big Data.

L’utilizzo dei Big Data negli ultimi anni sta occupando un ruolo primario non solo nel settore privato, ma anche in quello pubblico, laddove un’analisi delle tendenze e dei dati relativi al mercato del lavoro può contribuire a definire politiche attive di supporto ai non occupati e ad impostare adeguati processi formativi.

C’è di più: i dati della pubblica amministrazione non sono solo big ma anche open, ossia liberamente accessibili a tutti. Nella scheda che segue sposteremo l’attenzione proprio sugli Open Data.

Consulta la brochure del Master in Big Data Management
I dati aperti, sono alcune tipologie di dati liberamente accessibili a tutti, senza restrizione di copyrights,  brevetti o altre forme di controllo che ne limitino la riproduzione.

Negli ultimi anni,  i dati sono diventati la dorsale del territorio intelligente, e l’Europa, per prima, ha provato ad investire pesantemente per lo sviluppo di questo settore, inserendo la tematica nell’Obiettivo 11 della Programmazione 2014-2020.

L'open data si richiama alla più ampia disciplina dell'Open Government, cioè una dottrina in base alla quale la pubblica amministrazione dovrebbe essere aperta ai cittadini, tanto in termini di trasparenza quanto di partecipazione diretta al processo decisionale.

Grazie all'uso delle tecnologie digitali, è possibile utilizzare i dati detenuti dalle Pubbliche Amministrazioni per fornire servizi ancor più efficienti e riutilizzarli in ambiti differenti da quelli per i quali sono stati raccolti.

Tra i possibili effetti positivi derivanti dalla cultura del “dato aperto” rientrano: la razionalizzazione della spesa pubblica, l’ottimizzazione delle risorse, il miglioramento dei servizi, la riduzione degli sprechi.

Una grossa spinta all'affermarsi del movimento Open Data in ambito governativo è stata fornita dal Presidente degli Stati Uniti d'America, Barack Obama, con la promulgazione della Direttiva sull'Open government nel dicembre 2009.

In Italia, le Regioni sono state le prime a capire che i dati non vanno solo rilasciati ma devono diventare un vero e proprio servizio, che produca valore per sè stesse e per la collettività.

In questo scenario, l’Agenzia per l'Italia Digitale pubblica e aggiorna con cadenza annuale le Linee guida nazionali per la valorizzazione del patrimonio informativo pubblico, come indicato dal Codice dell'Amministrazione Digitale (art. 52). Il documento fornisce indicazioni e raccomandazioni alle quali le P.A. sono tenute a uniformarsi nel rilasciare dati pubblici interoperabili su scala nazionale.

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