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Co-progettazione e gestione creativa dei conflitti

Non solo sharing economy, coworking e crowdfunding: l’innovazione sociale, ovvero lo sviluppo  di prodotti, servizi e modelli che rispondano ai bisogni sociali in modo più efficace delle alternative esistenti, attivando nuove relazioni e collaborazioni, si è ormai affermata con modelli di successo anche nel campo della co-progettazione e della gestione creativa dei conflitti

I punti di partenza sono sempre gli stessi: collaborazione e condivisione. I progetti capaci di produrre innovazione sociale, infatti, sono proprio quelli che affrontano problemi complessi attraverso meccanismi di intervento di tipo reticolare, piuttosto che attaverso forme verticali di controllo, o che coinvolgono un’ampia gamma di soggetti diversi, dalla società civile alle istituzioni, dalle imprese alle associazioni no profit, dai cittadini agli imprenditori.

Proprio questo è l’approccio di base della co-progettazione e della gestione creativa dei conflitti, in cui le soluzioni ai problemi vengono trovate collettivamente e le discussioni partono da un approccio esperienziale piuttosto che da idee astratte. In America tale approccio è, ad esempio, alla base della rinascita delle città Chelsea, mentre in Italia è stato utilizzato per pratiche di riqualificazione di spazi urbani, come nel caso delle Ex-fonderie a Modena. 

Ma di cosa si tratta? 

Ne abbiamo parlato con Marianella Sclavi, sociologa, docente e responsabile dell’Area “Gestione dei Conflitti” del Master Mediatori dei Conflitti – Operatori di Pace internazionali di Bologna e Bolzano, collaboratrice del Consensus Building Institute e fondatrice del progetto Ascolto Attivo, che elabora e sviluppa percorsi di progettazione partecipata, gestione creativa dei conflitti, facilitazione e mediazione. 

Dottoressa Sclavi, la prima parola che si legge sul portale di Ascolto Attivo è “intelligenza collettiva”. Cos’è?

L’intelligenza collettiva è il risultato di un dialogo che parte da un atteggiamento di rispetto e di riconoscimento reciproco di base: significa che quando ci troviamo di fronte ad una persona che sostiene posizioni diverse dalle nostre non cominciamo immediatamente ad interloquire per fargli capire che sbaglia, ma gli facciamo domande per capire perché ha ragione. Si trasforma così l’obiezione in domanda: a me sembra così, perché a te invece sembra diversamente? L’intelligenza collettiva è una riformulazione del problema dopo che sono stati accolti tutti i punti di vista che l’hanno definito.

Come si fa a gestire in maniera creativa i conflitti?

Nella gestione creativa dei conflitti si avvia un dialogo con tutte le parti in causa, si fanno emergere tutte le diversità, poi si fa un passo indietro e si dice: "stante che abbiamo queste visioni di questo problema, come facciamo a risolverle?”. In questo modo si passa dal problem solving al problem setting, ovvero il problema viene ridefinito, non è più quello iniziale e la domanda non è come più “come faccio” ma “come facciamo”: “acquisite tutte queste conoscenze sui diversi punti di vista, come facciamo a trovare una soluzione di mutuo gradimento?”. Si vanno poi a ricercare le buone pratiche - quelle di successo - e sulla base di tutti gli elementi raccolti si elaborano progetti. È chiaro che le soluzioni con cui ognuno era arrivato all’inizio dell’incontro sono inadeguate a rispondere al nuovo problema e quindi occorre crearne di nuove. È un processo di mutuo apprendimento che può rivelarsi estremamente gratificante se lo si fa con lo stato d’animo e il contesto adeguato. Questo vale anche nella conoscenza. Noi viviamo in una società che ci disabitua, quasi ci impedisce il dialogo, privilegiando il dibattito.

In cosa è diversa la conversazione basata sul dialogo da quella basata sul dibattito?

Sono dinamiche completamente differenti. Mentre nel dibattito si discute sulle posizioni delle varie parti e per ciascuna di esse si cercano i pro e i contro, in cosa si è d’accordo e in cosa si è in disaccordo, nel dialogo si cerca di apprezzare l’intelligenza dell’altro anche se pensa cose completamente diverse dalle nostre. La società attuale è impostata in termini dualistici, siamo divisi in schieramenti opposti, come nel sistema giudiziario in cui c’è l’avvocato dell’accusa e quello della difesa. Il dialogo consente di moltiplicare le opzioni, rispetto al dibattito che si blocca sulle posizioni di partenza, e consente di avere una diagnosi molto più complessa, perché derivante dai diversi punti di vista. Nel dibattito normale non ti ascolti, ti giudichi, né hai la possibilità di una moltiplicazione delle opzioni, hai solo quelle iniziali cui puoi allinearti. In alcuni casi il dibattito, va benissimo ma quando la questione diviene complessa, ad esempio quando ci sono problemi tra persone che devono convivere insieme, come genitori e figli o colleghi, il dialogo funziona meglio del dibattito, perché ti permette di vedere il contesto nella sua complessità. Nella società reale bisogna fare in modo che si costruisca un modus vivendi accettabile e durevole, altrimenti è un inferno.

E questo come si applica alla co-progettazione?

Tutto il lavoro è fatto con ascolto, moltiplicazione delle opzioni e progettazione creativa. Si trova la soluzione attraverso la ricerca collettiva di un progetto di comune gradimento. Quello che ne garantisce il successo è il fatto di creare un senso di comunità: i partecipanti sono contenti della soluzione trovata perché l’hanno scelta, non gli è stata imposta. Anche nel caso in cui la soluzione finale sia quella proposta solo da uno o due membri, tutto il gruppo la accetta perché la avverte come risultato di un lavoro collettavo, non come un’imposizione di alcuni su altri.  Se questo metodo fallisce si passa al sistema della maggioranza, che però, per chi è abituato alla co-progettazione, è avvertito come un ripiego, una retrocessione rispetto alla ricerca di una soluzione comune.

Lei negli ultimi anni è stata responsabile della progettazione e facilitazione di molti processi partecipativi come “Ex-fonderie” a Modena, “Il Pratello, la via di Bologna”, Il Cisternino2020 a Livorno, "Metrocult" nell'area metropolitana milanese, "La casa di quartiere e il cavalcavia Bussa" a Milano, "l'ex Arsenale Militare" di Pavia. Qui e in altri hanno avuto un ruolo centrale gli attori pubblici?

Sì, ogni volta che faccio cose che funzionano è perché c’è stata una collaborazione con una pubblica amministrazione capace di pensare alla soluzione dei problemi più che ai regolamenti. C’è, infatti, chi considera tutto ciò che non è regolamentato come vietato, con il risultato che non fa nulla. C’è poi chi si approccia ai regolamenti in maniera opposta dicendo “se una tale cosa non è vietata allora si può fare”. I regolamenti non sono adatti ad affrontare la complessità. Affinché si migliori qualcosa servono operatori, dirigenti e amministratori coraggiosi. Sulla questione della partecipazione pubblica in Italia siamo ancora indietro rispetto ad altri paesi europei come l’Olanda o anche la Francia, dove dal 1995 c’è una legge sul débat public che obbliga qualsiasi investimento pubblico al di sopra 400 milioni a passare prima attraverso un progetto partecipativo.

Nel processo di co-progettazione come si collocano le nuove tecnologie e le nuove forme di comunicazione?

Se pensiamo ad un progetto di co-progettazione, che coinvolge attori rappresentativi di gruppi più ampi, i social network sono molto d’aiuto. In un processo di costruzione collettiva ampio, chi rappresenta un gruppo deve dialogare continuamente con quel gruppo per spiegare come si sta portando avanti la decisione, come si stanno elaborando soluzioni. Questo con una pagina facebook, ad esempio, è facilissimo perché condividi foto, video, rendi partecipi tutti, la gente può seguire tutto come se fosse presente.

Ma non si rischia così di entrare nella modalità del dibattito piuttosto che in quella del dialogo?

Se qualcuno interviene cercando di aprire “dibattiti” lo invitiamo a partecipare fisicamente agli incontri spiegandogli che usiamo un metodo basato sull’ascolto reciproco, che non ci mettiamo a discutere sulle posizioni ma dialoghiamo a partire dalle esperienze personali: "su che basi dici questo? Quali sono le esperienze su cui ti basi per affermare ciò concretamente?". Chiedere di fare questo passaggio, dalle opinioni alle esperienze, è compito del facilitatore. Se viene fuori che chi voleva avviare il dibattito non ha esperienze in merito, che voleva trascinare tutti in una discussione basandosi su idee astratte e basta, allora non è in linea con il lavoro di co-progettazione creativa. 

Quindi la figura del facilitatore è centrale. Ce la può delineare meglio?

È una figura imparziale che ha il compito di dare voci a tutte le parti in causa, a tutti gli attori che sono utili a risolvere uno specifico problema. Il facilitatore ci mette nelle condizioni di vedere da una pluralità di punti di vista, che ci arricchiscono e ci permettono di passare da una visione soggettiva della realtà, che ci divide in chi ha torto e chi ha ragione, alla semplice constatazione della sua complessità. Si tratta di persone che conoscono il know-how di questo dialogo e riescono ad essere garanti di uno spazio dialogico. Oggi anche in Italia, che finora è rimasta indietro rispetto a pratiche del genere, la figura del facilitatore è riconosciuta, ci sono corsi di formazione su gestione creativa dei conflitti, tipologie partecipative, anche corsi universitari che formano queste figure.

Il metodo del confronto creativo come potrebbe aiutare, per esempio, un disoccupato?

Nel caso di un disoccupato occorre capire perché non trova lavoro. Si comincia dalle interviste, ovvero gli si chiede come sta vivendo l’esperienza della ricerca di lavoro, perché certamente avrà già fatto diversi tentativi di trovarlo che hanno avuto più o meno successo. Partiamo proprio da quelle esperienze per comprendere la sua visione. Successivamente, si mette a confronto con tutta un’altra serie di attori che raccontano invece la loro esperienza di come hanno trovato lavoro, o come hanno creato una startup e così via. Infine è importante che partecipino al confronto creativo anche i decisori pubblici, coloro che conoscono programmi a livello europeo e locale ed insieme si cerca di accompagnare il disoccupato verso possibili soluzioni del problema.

 

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