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Come fare per diventare progettista sociale

Novità recente dell’appena trascorso anno 2019 è stata la prima regolamentazione in Italia e in Europa in merito alla progettazione sociale. In particolare, con la norma tecnica UNI 11746 è stata definita nel dettaglio la professione del progettista sociale, indicando i requisiti base di conoscenze, abilità e competenze che deve possedere questa figura chiave che opera, professionalmente parlando, in quasi tutte le realtà non profit, dal welfare al tempo libero.

La norma ha così regolamentato un ambito lavorativo finora non definito. Il traguardo è stato raggiunto a maggio scorso, dopo sei lunghi anni di studi e confronti coordinati fra l’Ente Italiano di Normazione e tutte le parti interessate: Forum Nazionale Terzo Settore, Pmi Central Italy Chapter, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Anpal e Associazione Italiana Progettisti Sociali.

Il progettista sociale è un operatore specializzato che sviluppa e concorre nella realizzazione di progetti sociali, assumendosi la responsabilità in tutte le fasi di processo necessarie: ideazione, pianificazione, redazione, gestione, controllo, monitoraggio, valutazione di risultato e impatto, fino alla rendicontazione finale.

Dati alla mano, secondo l’ultima rilevazione Istat che conta oltre 336mila organizzazioni non profit attive in Italia, si calcola che ci siano circa 16mila soggetti che esercitano in modo esclusivo o prevalente questa mansione.

Non di rado, la figura del progettista sociale può essere “confusa”, sommersa o sovrapposta a quella del cosiddetto fundraiser o del mero esecutore che scrive e rendiconta progetti in risposta a bandi: niente di più sbagliato! Questi sono solo alcuni degli aspetti che fanno parte della vita del progettista sociale, che per sua natura (un aiuto in merito ci viene anche dal nome stesso del ruolo) progetta e idea iniziative in ambito sociale, a favore delle comunità e dei singoli individui che le compongono.

La suddetta norma del 2019 evidenzia la forte ecletticità di questo profilo professionale che deve essere in possesso di conoscenze e abilità disparate, che attraversano differenti campi di specializzazione: sociale, economico e gestionale; oltre a conoscenze diffuse delle normative di riferimento, dei metodi di lavoro di rete, di elementi di diritto amministrativo, di metodologie di project management e tecniche di pianificazione finanziaria. Deve inoltre possedere buone doti comunicative, promozionali e organizzative.

Per essere progettisti sociali ed entrare a far parte dell’Associazione Italiana Progettisti Sociali (la prima realtà associativa in Italia sul tema, che fra le altre cose ha redatto anche un codice di condotta del progettista sociale), i requisiti minimi necessari sono possedere una laurea triennale a indirizzo sociale, accompagnata da un’esperienza triennale in attività di elaborazione e presentazione di progetti e da un’esperienza biennale di coordinamento e gestione progettuale. Si noti come tali requisiti formativi possono essere, in assenza di una formazione universitaria pregressa, sostituiti da un’esperienza più lunga in ambito di elaborazione, coordinamento e gestione progettuale. Sempre da un punto di vista formativo inoltre sono numerosi i percorsi formativi esistenti che “accompagnano” nell’apprendimento e svolgimento di questa professione.

Contrattualmente parlando, il progettista sociale può lavorare sia come autonomo, sia quale dipendente, consulente, collaboratore o volontario di una organizzazione o associazione. Terzo Settore e Amministrazione Pubblica sono i suoi terreni fertili, anche se sempre più, diverse imprese (soprattutto le medio-grandi) cercano collaborazioni con questi professionisti, al fine di attivare interessanti progetti di welfare aziendale o iniziative di carattere sociale che possano investire al meglio il territorio in cui operano.

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