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Il coraggio del lavoro: un'occasione per il riscatto sociale

A volte il lavoro diventa la condizione ideale con cui riacquistare dignità, autostima, integrazione.
Alle spalle del Vesuvio, nel comune napoletano di Poggiomarino, Raffaella, Maria e Antonella hanno appena avviato un bistrot e lo hanno chiamato “Viva”. Sono scappate dalle violenze dei propri mariti per avventurarsi in un percorso professionale che è un riscatto sociale, senza essersi conosciute prima e per la quale nessuna di loro ha un’esperienza specifica. Per Raffaella sarà il primo lavoro della sua vita e per ognuna di loro è l’opportunità per affrancarsi dalla sofferenza, diventare indipendenti, sentirsi finalmente vive e parte della società.
“Viva” è frutto del progetto della cooperativa Viola, costituita da Raffaella, Maria, Antonella e altri soci tra cui i loro avvocati, e ha ricevuto il sostegno di LegaCoop Campania e un finanziamento da 25mila da Coopfond.
A meno di 50 chilometri dal bistrot, in via della Resistenza a Scampia, c’è chi da vent’anni si occupa di storie come quelle di Raffaella, Maria e Antonella. È la cooperativa sociale “L’Uomo e il legno” nata nel 1995 come cooperativa artigianale di falegnameria per l’inserimento lavorativo di 15 ex tossicodipendenti. Da allora la cooperativa si allargata ad altre sedi, fino a Benevento, Avellino ed è diventata un laboratorio di ceramica, liuteria e produzione di prodotti agricoli per avviare al lavoro i ragazzi che provengono da esperienze carcerarie, migranti in cerca di un mestiere e di integrazione; disabili e persone vittime di violenza; nonché una casa dei diritti per il patrocinio legale gratuito, l’assistenza fiscale e un banco alimentare per aiutare gli indigenti. Sul loro sito web campeggia la frase “ognuno ha il diritto di scegliersi una vita migliore, fuori dagli schemi deviati e devianti”. Lo svantaggio, per realtà come “L’Uomo e il Legno”, può essere trasformato in una leva di coraggio, il coraggio del lavoro. Scopriamo cosa significa con Enzo Vanacore, presidente della cooperativa.

Presidente Vanacore, che attività svolge “L’uomo e il legno”? 

“Ventidue anni fa, partendo dalla formazione artigianale con la falegnameria e il restauro per i nostri primi ospiti, mettemmo in atto una sperimentazione: insegnare un mestiere a persone con dipendenza da droghe, facendo in modo che il lavoro li facesse sentire nuovamente parte della società. Un modus operandi che ha dato i suoi frutti, quei ragazzi ce l’hanno fatta, e noi lo abbiamo replicato anche per le altre fasce deboli, con disagio sia fisico che mentale o vittime di violenze e minori provenienti da percorsi penali. Quasi tutte le persone che vengono da noi hanno subito violenze, anche sessuali. Il 75% delle persone transitate in cooperativa hanno ottenuto risultati sia a livello di integrazione sociale che lavorativa. Nel tempo, abbiamo ampliato la nostra offerta di formazione e inserimento lavorativo, ottenendo l’accreditamento presso la Regione Campania.  Da qualche anno gestiamo anche due ettari di terreno all’interno del carcere di Secondigliano: un’azienda agricola del ministero di giustizia in cui abbiamo assunto anche cinque ristretti con “fine pena mai” (ergastolo). Sempre nel carcere, ci occupiamo di formare al lavoro anche altri quattro detenuti: prendiamo gli arredi rovinati dalle scuole comunali e grazie anche alla partecipazione della fondazione “Con il sud”, i detenuti (venti persone) recuperano gli arredi e li restituiamo alle scuole. Con il lavoro dei ragazzi con disagio, curiamo i prodotti del terreno e li distribuiamo tramite un gruppo di acquisto collettivo, la cui vendita è online. Oltre la falegnameria, la liuteria con il restauro delle chitarre e il laboratorio di ceramica, abbiamo anche una comunità alloggio sia per migranti che per detenuti, 8 di questi vivono in comunità”.

Perché ha pensato di dar vita ad una comunità come “L’Uomo e il legno”?
“Ero il maestro artigianale dei primi ragazzi che abbiamo avuto, finanziato dai fondi europei.
Loro stessi, una volta concluso il percorso, mi chiesero di avviare una cooperativa. Mi resi conto che era importante non solo formare chi aveva bisogno ma anche fare in modo che la cooperativa diventasse un aggregatore di esperienze di riscatto sociale grazie al lavoro; un luogo in cui, chi aveva bisogno e con il nostro sostegno, poteva coltivare e trasformare il proprio disagio in dignità e coraggio”.

Come risponde il territorio al vostro supporto?
“Tra soci e collaboratori siamo 35-40 e siamo impegnati anche sul territorio di Avellino e Benevento. Solo nei centri educativi territoriali ci sono 7 operatori. E questo ci ha aiutato a capire l’evoluzione in corso.
Negli ultimi anni c’è stato uno scollamento maggiore tra la realtà e il modo in cui si vorrebbe vivere, per cui il nostro sostegno è diventato più richiesto: la mancanza di lavoro o, peggio, il fatto che molti non accettano neanche più il classico lavoretto, restando a pascolare e diventando facile preda della camorra organizzata. Per questo abbiamo attivato anche tirocini e borse-lavoro: quando i ragazzi sentono che l’alternativa è il carcere o le stesse famiglie dei ragazzi si rendono conto del rischio, arrivano a noi attraverso i servizi sociali del tribunale. Del resto la società napoletana non è strutturata con aziende sufficientemente grandi da permettere un assorbimento dei lavoratori”.

Ci sono dei casi in cui il sostegno che offrite non basta?
“Un ragazzo, proveniente dall’area penale, è stato per un mese da noi senza che riuscissimo ad interessarlo a nulla. Poi abbiamo scoperto che è appassionato di cucina ed ora è diventato il cuoco nella mensa della falegnameria. Questo è uno dei casi che ci convince ancora una volta che è giusto costruire un progetto attorno alla persona, in cui sia lei stessa a scoprire la propria motivazione; poi noi la mettiamo nelle condizioni di far leva su questa per farla diventare un lavoro”.

Che possibilità di inserimento lavorativo hanno i ragazzi che transitano nella cooperativa?
“Ad alcuni, i più pronti, diamo e abbiamo dato sostegno economico per mettersi in proprio, ad altri diamo la possibilità di lavorare tramite la cooperativa. La  falegnameria lavora per il 90% per i privati e per enti pubblici. Poi abbiamo una piccola global service, oltre il laboratorio di ceramica. E adesso ci stiamo muovendo verso un ragionamento di innovazione tecnologica. Da poco tempo abbiamo avviato un laboratorio di stampanti 3D, una sorta di fablab, e vorremmo fare produzione e servizio per restauri e archeologia in 3D. Poi c’è la liuteria, per la manutenzione della chitarra, un piccolo servizio di spazzamento a Casoria”. 

Cosa serve affinché, il coraggio del lavoro diventi una leva per più persone?
“Parlavo ieri sera con un padre gesuita a proposito della cultura del lavoro: dobbiamo tutti lavorarci su,  credere nel fatto che il lavoro può diventare uno stimolo etico di crescita. Non ci sono strade diverse da percorrere, l’unica via è il reale: prendere coscienza che l’uomo non è solo un lavoratore o un individuo dotato di competenze ma un elemento importante della comunità; perché attorno alla cultura del lavoro cresce una comunità. Paradossalmente, nelle nostre zone la camorra ha creato un lavoro e un gruppo, che non voglio chiamare comunità ma che ha tenuto sotto scacco 100mila persone.
Noi possiamo arricchire lo stimolo alla crescita personale, per togliere terreno alla camorra: anche per questo accompagniamo i ragazzi alla moschea nella piazza del Mercato. A chi è cattolico, per restare sull’esempio, facciamo fare il percorso che più sentono consono alla propria natura.
Fin da quando abbiamo dato vita alla cooperativa, questa cultura del lavoro si è scontrata con chi la pensa diversamente. La camorra ci ha minacciato da subito. Due anni fa, a ridosso di Natale, siamo stati vandalizzati: hanno sfondato il cancello di ingresso, il mio ufficio è stato devastato e ci hanno rubato diverse attrezzature; in particolar modo hanno demolito quanto avevamo costruito in questi anni.
Lo scoprimmo alle 8 del mattino dopo ma grazie ai soci, agli stessi ragazzi di area penale e agli altri che sono nella comunità - con la scorta dei carabinieri - abbiamo ricostruito tutto in 24 ore. Abbiamo chiesto e ottenuto un prestito dai nostri fornitori per le nuove attrezzature. Facemmo tutto in così poco tempo perché volevamo dimostrare che per noi non c’era alcuna frustrazione: quelli che sarebbero passati da noi, avrebbero trovato esattamente tutto com’era e nessuno che piangeva. È stato un sacrificio per tutti: alcuni nostri fornitori hanno aspettato un anno per essere pagati. Ma il lavoro doveva riprendere normalmente perché l’insegnamento che diamo ai ragazzi e che impariamo ogni giorno sul campo, è che se c’è un ostacolo, un disagio, uno svantaggio, posso farne tesoro e diventare più forte, lavorando”.  

Continueremo a raccontare su Cliclavoro le esperienze del lavoro come riscatto sociale lungo tutto il territorio nazionale. Se vuoi dirci la tua storia scrivi farlo scrivendo a redazionecliclavoro@lavoro.gov.it

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