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Il nuovo volto del lavoro

Con l’incessante innovazione tecnologica, cercare di identificare nuove figure professionali che ritraggano i ruoli del lavoro 4.0 – dalle macchine intelligenti al machine learning, alle piattaforme di delivery, al lavoro distribuito attraverso il web  – è un’attività complessa. E può far perdere di vista elementi di continuità e discontinuità, che pur ci sono, tra i riders di Foodora, ad esempio, e figure entrate sul mercato precedentemente, come i pony express degli anni ’80. Ieri come oggi, entrambi nell’occhio del ciclone, ma non del tutto diversi, come riporta lo studio del ricercatore Marco Biasi, e per varie ragioni che vedremo più avanti.

Anche i fattorini di Foodora, Deliveroo, Moovenda, Just-Eat, Uber-Eats, per citare solo alcune delle piattaforme digitali che operano tramite App, svolgono una prestazione analoga a quella dei pony express. La Corte di Cassazione, all’epoca dei fattorini analogici, escluse l’assenza di “alcuna direzione o vincolo da parte del datore di lavoro sullo svolgimento della prestazione e quindi sul lavoratore”. Si trattava in sostanza di una forma di lavoro autonomo. E altrettanto, almeno fino ad oggi, sembra confermarsi anche per i lavoratori delle App, come si può leggere nel documento, più recente sul tema, del Ministero del Lavoro.

Ma allora che cosa è cambiato?

Con l’emergere dei nuovi ruoli nel digitale sorgono nuovi quesiti e problemi: rispetto al passato con i pony express, i lavoratori dell’era digitale devono far fronte ad alcune difficoltà specifiche del lavoro digitale. Come testimoniato in diversi studi raccolti dall’ILO, i lavoratori lamentano bassi compensi, scarsa continuità delle prestazioni, spesso verso un solo committente ma parcellizzate nel tempo e che non garantiscono un’entrata economica solida, e il fatto che l’ottimizzazione del processo industriale non è più solo in mano ai datori ma ai feedback degli utenti-consumatori.

Aprendo quindi a nuove controversie: le nuove prestazioni tramite piattaforme digitali, sono da considerarsi un lavoro in subordinazione o in autonomia? E soprattutto: ai nuovi processi produttivi e distributivi, occorre garantire un adeguato corredo di tutele ai lavoratori o sono sufficienti quelle esistenti? Serve un salario minimo? Un contratto solo per i lavoratori delle piattaforme?
Lo sviluppo delle professioni nel terziario e ancora di più nel digitale, sommato alla globalizzazione, hanno cambiato il modo di lavorare e “detipizzato la subordinazione”, accrescendo ancora di più la platea di lavoratori che operano da autonomi pur senza essere tali. Ma vediamo cosa sono le piattaforme e come operano.



Per inquadrare il fenomeno, è opportuno   raccogliere tutte le espressioni (anche quelle più ambigue) che caratterizzano i nuovi lavori: industry 4.0; collaborative economy; collaborative commons; sharing economy; gig economy; crowdsourcing; lavoro on demand . In tutte queste formulazioni, pur con le differenziazioni che rappresentano, un tratto sembra essere comune: la tecnologia facilita l’erogazione di un servizio (e il suo costo) tramite un’applicazione sul cellulare, che viene utilizzata per contrarre ogni prestazione lavorativa quando se ne ha bisogno, sostituendo il rapporto diretto dei lavoratori – che siano fattorini moderni, professionisti a chiamata, professionisti a distanza – con il datore di lavoro.
L’innovazione attuale si basa su un algoritmo che ottimizza le consegne – nel caso dei riders/drivers – o l’erogazione del servizio nel caso delle altre tipologie di piattaforme, come le italiane Whoosnap, Le Cicogne e ProntoPro, queste ultime due che operano come marketplace per far incontrare famiglie e baby sitter, o nel caso di ProntoPro per far incontrare gli utenti in cerca dei servizi di artigiani, professionisti.
La tecnologia seleziona così i fattorini o i prestatori del servizio in modo efficiente: in base alla geo-localizzazione, in base al percorso da compiere per la consegna, il tempo medio di accettazione di una comanda o di una richiesta di servizio, la velocità media del rider; o nei casi di app che intermediano le prestazioni, in base alla disponibilità dell’artigiano/freelance a gestire la richiesta. L’algoritmo elimina così gli elementi che possono caratterizzare la prestazione di lavoro – decidendo chi lavora e chi no e monitorando il servizio – e limitando i comportamenti opportunistici.
Il principio alla base della “tecnologia dell’algoritmo” ricalca le considerazioni sulla produzione industriale di inizio secolo: controllare il processo produttivo è un modo per ottimizzarlo.
All’epoca, queste riflessioni, applicate dai datori di lavoro, scatenarono proteste e scontri da parte dei lavoratori, ma anche allora – come oggi – è difficile se non impossibile che riescano a bloccare l’avanzare dell’innovazione. Come gli acquirenti dei primi prodotti dell’industria di massa di inizio secolo, altrettanto oggi,  sono gli utenti finali del servizio – i consumatori – a decretarne il successo e la sua ottimizzazione nel tempo, anche grazie al forte risparmio di cui beneficiano. Per questo occorre trasformare l’ambizione di rendere il sistema più equilibrato in una realtà. 

Quello che può cambiare l’innovazione, migliorarla, è comprendere su quale terreno specifico si muovono le piattaforme; individuarne le diverse tipologie; fornire quei tratti caratteristici utili al lavoratore affinché esso sia consapevole dei diritti a cui può far riferimento. Al contempo, mettere a fuoco il panorama normativo, può servire a destreggiarsi tra i diversi modelli organizzativi del lavoro delle aziende innovative, senza incappare nella necessità di bloccarne lo sviluppo. La prima chiara distinzione che va fatta è quella tra sharing economy e gig economy: le due più grandi categorie di servizi offerti tramite app. Un disegno di legge, presentato in Parlamento, sta tentando di disciplinare servizi che riguardano piattaforme dove il lavoratore non è un prestatore di servizio: come ad esempio Airbnb, dove l’utente può affittare per brevi periodi la propria casa o una stanza, e Blablacar, un’app per il carpooling. L’idea alla base della legge è quella di fissare un limite tra chi affitta la casa, o dà un passaggio per hobby, e chi lo fa per mestiere.
Come è fissato questo tetto? Attraverso un profitto, fissato a 10mila euro annui. Se inferiore a questa soglia, la tassazione sui “redditi da condivisione” – così vengono chiamati – sarà del 10 per cento. In questo caso, ma con limiti di soglia più bassi, rientrano anche piattaforme di social eating come l’italiana Gnammo, People Cooks, SoLunch, ovvero siti che mettono in contatto chef amatoriali e persone che vogliono condividere il pasto in compagnia, pagando.
Nei restanti casi, ovvero quando la soglia viene superata, il disegno di legge prevede di applicare l’aliquota corrispondente al lavoro dipendente o da lavoro autonomo. Attualmente la proposta normativa è stata rimandata alla Commissione Europea proprio perché normare piattaforme che operano in più paesi e con modalità diversissime rischierebbe di creare più problemi che soluzioni. Non solo: gli utenti che operano attraverso queste piattaforme, come affittuari e cuochi, hanno contestato il disegno di legge.

In questi giorni, l’autorità di regolazione dei trasporti di Londra ha escluso dal servizio Uber, la piattaforma che impiega circa 40mila autisti e serve 3,5 milioni di clienti con corse dentro e fuori la città.
La motivazione ufficiale è il non rispetto delle regole, oltre all’elusione dei controlli della polizia grazie ad un software specifico, Greyball. Uber è nata come car sharing anche se i driver, spesso, sono autisti a tutti gli effetti. Nonostante la grande soddisfazione dei tassisti, a godere dell’esclusione di Uber potrebbe essere un’altra piattaforma, ancora di car sharing, Liftshare. Laddove un tribunale può fermare un’azienda innovativa, spesso ne subentra un’altra, a ricordarci, ancora una volta, che l’innovazione non si può arrestare.

Il problema, oltre il concetto di subordinazione o autonomia del lavoratore nel contesto specifico, per alcuni esperti superabile alla stessa stregua dei pony express, sta nel fatto che ogni piattaforma stipula forme contrattualistiche di natura diversa; chiede o meno un’esclusività (anche oraria) nel rapporto di lavoro al prestatore; può compensare il lavoratore bypassando la sua expertise; trattenere un importo dalla paga del lavoratore (Whoosnap e Le Cicogne) per averlo messo in contatto con un cliente attraverso il suo servizio di intermediazione; e far pagare una fee, ovvero un biglietto di ingresso sulla piattaforma anche al cliente/consumatore finale (ProntoPro).
In sostanza, ognuno va per conto proprio. C’è da ricordare, tuttavia, che i lavoratori delle consegne a domicilio, come Foodora, Deliveroo, Just Eat e Uber Eats (così come i vecchi pony express) possono auto-organizzarsi scegliendo liberamente l’area, il percorso di consegna e soprattutto per quali delivery proporsi; pur dovendo, in alcuni casi di piattaforme specifiche, garantire un numero minimo di consegne e comunicare la propria disponibilità con anticipo.

Se il carattere della prestazione, pertanto, resta nell’alveo dell’autonomia se pur con alcune eccezioni nelle condizioni di lavoro, quello che può essere considerato nell’immediato futuro e, per alcuni, uniformato, è la tipizzazione delle varie piattaforme e l’individuazione di alcuni standard di base.

A ben guardare chi presta la propria opera tramite App, non si pone il problema del rapporto di subordinazione o autonomia nei confronti della piattaforma, almeno non in termini stringenti. Quello a cui però presta più attenzione, oltre ai bassi compensi e alle difficoltà nella continuità delle prestazioni, è il riconoscimento della sua esperienza nel contesto digitale in cui opera. ViVAce!, la community dei lavoratori indipendenti e delle nuove professioni, ha raccolto alcune riflessioni dai professionisti orbitanti nell’associazione, evidenziando che la necessità più urgente è quella di valorizzare e riconoscere l’expertise del lavoratore anche attraverso la suddivisione delle piattaforme in almeno due categorie: quelle che fanno intermediazione e quelle che operano con i freelance.

“Un libero professionista può trarre beneficio dal lavoro sulle piattaforme, purché, però, gli venga riconosciuto un compenso commisurato alla sua professionalità – spiega la coordinatrice di ViVAce, Silvia degl’Innocenti. “Se una piattaforma intermedia l’offerta di lavoro sia per prestatori di servizio amatoriali che per professionisti indipendenti, cancella di colpo professionalità ed esperienza e forse, alla lunga, rischia di non restituire un servizio adeguato al cliente, perché l’utente sceglierà il servizio meno costoso, che più probabilmente un prestatore amatoriale può permettersi di soddisfare. Non si tratta, evidentemente, di creare una norma che uniformi il mercato delle piattaforme digitali – continua degl’Innocenti - ma servono accordi di buon senso tra le startup e i lavoratori”.
 
Il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha iniziato a tracciare una strada che permetta di gestire il cambiamento della trasformazione digitale del lavoro e di recente ha dato vita ad un forum aperto a tutti: i contributi dei cittadini, le aziende innovative e le startup che hanno costituito le piattaforme, i sindacati, proprio per mettere a fattor comune esigenze e diritti, e restituire una sintesi che permetta a tutti di beneficiare, davvero, dell’innovazione. Che si chiami gig economy o lavoro on-demand, una volta dismessi i panni dei fattorini digitali, è l’intera società ad essere investita dalla trasformazione e dalla necessità di comprendere e padroneggiare il cambiamento e mai, come ora, è indispensabile il contributo di ognuno di noi.

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