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La storia di ritorno di Giulia

La protagonista del nostro secondo racconto è Giulia Nieddu e vive a Nuoro, dove ha deciso di tornare dopo esperienze professionali fuori dalla sua regione. Giulia, insieme ad altri quattro giovani ragazzi con esperienze fuori dalla propria terra, ha contribuito alla nascita di “MarraNu”, un’associazione culturale che vuole promuovere la cultura del proprio territorio con metodi innovativi. Significative le loro storie: Grazia ha svolto un Erasmus+ in Irlanda e lavorato a Londra in ambito socio-culturale, Elisabetta si è formata come grafica a Faenza (Ravenna), Chiara è musicologa, Francesco odontoiatra e Giulia è un’archeologa subacquea che è tornata dalla Sicilia in Sardegna dopo dieci anni.

Gli amori durano esattamente un momento perfetto, il resto è solo rievocazione, ma quel momento può essere sufficiente a dare un senso a più di una vita(“Stirpe”, Marcello Fois, Einaudi, 2009). I ragazzi di “MarraNu” hanno impressa questa frase nel loro dna. E hanno scelto. Scelto di far emergere la cultura del loro territorio, di raccontarla con linguaggi nuovi e di coinvolgere la cittadinanza. Come con “Il cassetto dei sogni”, una mappa con i quartieri di Nuoro dove i cittadini hanno potuto inserire i loro suggerimenti per realizzare la città ideale. Tanti i desideri: i bambini vogliono il mare (ci vogliono 40 chilometri per arrivare a Cala Gonone), gli adulti un cinema, ma anche piste ciclabili, la sede dell’università, luoghi di aggregazione per i giovani, una mentalità meno statica, maggiori opportunità per i ragazzi. Condivisione e passione. Ma anche tradizione. Quella dei papassini (biscotti sardi di pasta frolla con uva passa, mandorle, noci, scorza di arancia grattugiata, miele) che diventano il progetto pilota “Incantamundu”. I dolci sardi vengono decorati con le figure zoomorfe dell’antica civiltà nuragica scolpite da Eugenio Tavolara nel portale della Chiesa della Solitudine sul monte Ortobene. I ragazzi decidono di creare dei prototipi con le stampanti 3D a Nuoro, e li presentano al Makershub di Milano dove organizzano un laboratorio di pasticceria per bambini per far conoscere le tradizioni nuoresi.

La creazione di un network e la volontà di lanciare dalla provincia progetti internazionali è parte del “filindeu”, il fitto reticolato di pasta fatta in casa simbolo della candidatura di Nuoro a capitale italiana della cultura 2020. La rete si tramanda fra le generazioni e diffonde coesione. Grazie anche ai ragazzi di “MarraNu”, che “non pothono reposare” (non possono riposare, come nella poesia di Salvatore “Badore” Sini del 1915), animati da quel dinamismo di idee che li porterà a nuovi traguardi.

Parliamo di “MarraNu” con Giulia Nieddu, una delle cinque socie dell’associazione.

Intervista

Quali insegnamenti avete tratto dalle vostre esperienze all’estero?

Tutti abbiamo imparato a fare rete, valorizzare le peculiarità di chi ci sta accanto e la voglia di fare impresa culturale. Ci siamo resi conti di avere molti aspetti da valorizzare a Nuoro, e abbiamo imparato a sfruttare quello che abbiamo, un po’ come si faceva anticamente in cucina.

Cosa vi ha spinto a tornare nella vostra città? Ritenete che la cultura possa essere una leva di crescita economica? Potete farmi esempi concreti a Nuoro?

Una questione emotiva. “Marra Nu” significa “E Provaci!” e noi abbiamo voluto costruire il nostro futuro a casa nostra. La cultura può essere un driver di crescita economica attraverso la migliore gestione del volontariato, la migliore fruizione e la monetizzazione dei beni culturali, la valorizzazione delle professionalità. A Nuoro le associazioni culturali lavorano tanto ma si autosostengono. Esempi positivi sono l’Istituto Superiore Regionale Etnografico, che gestisce il Museo del Costume e d il Museo Deledda, il MAN ed il Museo Ciusa, che hanno imparato a fare rete proponendo nuovi servizi come il trekking urbano, e individuando un “target di vendita” adatto al territorio. Dobbiamo uscire dall’assistenzialismo e avere coraggio di fare impresa.

L’innovazione rappresenta il futuro dell’economia. Con “Incantamundu” voi avete coinvolto i maker nella realizzazione dei prodotti: ritenete che l’artigianato digitale possa vere un ruolo nella promozione del territorio? Avete in mente altre collaborazioni con i fablab?

I fablab sono luoghi meravigliosi dove si sviluppano i sogni. Il CESP di Nuoro ha dato realtà alla nostra idea di creare biscotti tradizionali con disegni dell’antica cultura sarda, attraverso le stampanti 3D. Trasmettere cultura con sistemi innovativi: questo il messaggio che volevamo lanciare. Innovativo il processo di produzione, tradizionale la produzione eseguita dal BAM, impresa metallica locale che lavora sul design con stile tradizionale. La collaborazione con il Makershub di Milano ha permesso di rendere più grandi i nostri biscotti per la produzione. La vendita degli stessi è finalizzata solo alla promozione culturale. Attualmente abbiamo contatti con AILUN, fablab di Nuoro, per realizzare un oggetto con le opere di Pintori (storico designer della Olivetti) e un gioco da tavola “culturale”.

Dalle idee alla realizzazione concreta dei vostri progetti: quali difficoltà avete incontrato?

Come per ogni avvio di impresa, le difficoltà sono economiche. Nelle imprese culturali ci si scontra anche con ostacoli concettuali all’innovazione. Nel nostro caso ci siamo resi conto della ricchezza culturale della città non goduta dai cittadini, restii ai processi di partecipazione. Abbiamo cominciato a coinvolgere gli abitanti in occasione di “Nuoro Jazz”, organizzando concerti nelle vetrine dei negozi, e realizzando un libretto informativo per i giovani.

Ritenete di aver contagiato i giovani del territorio? Sono nate altre esperienze dallo stimolo della candidatura della vostra città?

Abbiamo coinvolto i giovani e tante associazioni. La candidatura di Nuoro a capitale italiana della cultura 2020 ha permesso l’incontro fra le persone che vogliono fare cultura. Abbiamo poche risorse ma un grande network, in cui segnaliamo Betistoria di Emanuele Mureddu (che realizza fumetti in lingua sarda) e Tambene, un’associazione che ha lavorato per la manifestazione “Cortes apertas”.

Dalle figure zoomorfe del portale della Chiesa della Vicinanza al laboratorio di pasticceria per i bambini: quanto ritenete importante che il messaggio sia trasmesso alle future generazioni?

Fondamentale. Abbiamo presentato progetti nelle scuole per sensibilizzare i piccoli. Bisogna mantenere l’equilibrio fra tradizione e innovazione ed in questo i bambini sono essenziali.

Quale è il concetto della cultura sarda che più si adatta alla vostra esperienza?

“Barra”, che significa coraggio, petto in fuori.

Quali altri progetti avete per il futuro?

Oltre quelli citati in precedenza con i fablab, abbiamo progetti tesi a ricreare il rapporto fra città e paesaggio rurale, e a valorizzazione dell’artigianato tradizionale locale.

Che consigli dareste a chi vuole tornare in Italia?

Resilienza e reinventarsi, facendo tesoro di ciò che si è appreso. Non farsi travolgere dal senso di smarrimento che genera il ritorno, riprendere le tessere del puzzle per costruirne un altro con nuove forme e nuove colori.

 

Per avere maggiori informazioni sulle agevolazioni per l’industria culturale italiana leggi l’approfondimento di Cliclavoro ed il contest sugli open data lanciato dalla Regione autonoma della Sardegna!

 

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