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Legalità e giovani: percorsi di reinserimento socio-lavorativo

Hanno un’età media compresa tra i 14 e i 15, sono in maggioranza maschi e sono in parte stranieri. È un universo variegato quello dei minori detenuti, la cui fragilità è in una certa misura legata al cambiamento in atto nella famiglia odierna sempre più incline ad abbandonare il compito di trasmettere valori, offrendo un modello che assicura più cura e sostegno ai figli. Oggi si avverte sempre di meno il senso del limite e delle regole. Sono le condizioni di una famiglia disgregata, la povertà, il degrado sociale, l’emarginazione, oppure al contrario il benessere, la cultura del consumismo a disorientare i giovani senza più valori certi, a farli vivere spesso una condizione di solitudine. Dati che trovano conferma nell’indagine curata dall’INAPP.

L’Italia a conti fatti ha un livello di criminalità minorile tra i più bassi d’Europa, con circa 20 mila ragazzi presi in carico annualmente dagli Uffici di Servizio Sociale. Per il loro recupero, si punta all’inclusione sociale e lavorativa, all’istruzione e alla formazione. Forse è proprio questo uno dei tasselli chiave che fa del sistema penale minorile italiano un sistema di eccellenza a livello europeo, centrato sull’interesse del minore.

Nel nostro Paese ci sono 19 Istituti Penali per Minori (IPM) distribuiti in 12 regioni, svolgono un ruolo essenziale e di grande responsabilità nella rieducazione e nel reinserimento dei giovani garantendo loro il diritto al proseguimento del percorso educativo e di formazione attraverso l’organizzazione di attività e di formazione professionale, attività ricreative, culturali e sportive. Stando al Rapporto sulla devianza minorile Italiana pubblicato nel 2014, a popolare gli IPM sono maggiormente i giovani con un’età compresa tra i 14 e i 15 anni, l’88% per cento sono maschi di cui il 40% stranieri. Si evidenzia una profonda differenza tra gli Istituti del Nord e quelli del Sud della penisola, mentre al Nord vi sono pochi giovani italiani a Sud è esattamente il contrario vi sono pochissimi ragazzi stranieri. Per quanto riguarda la tipologia dei reati, si reiterano in particolar modo quelli contro il patrimonio, furti e rapine, seguono reati attinenti il mondo degli stupefacenti, quelli contro la persona e in coda quelli sull’uso e la detenzione delle armi.

All’interno degli IPM, l’istruzione acquista un ruolo fondamentale nel trattamento rieducativo dei minori, importante per la crescita personale, culturale e socioeconomica. Principi sanciti nella nostra Carta Costituzionale, e sulla cui base nel 2012 il Ministero della Giustizia e il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca  hanno siglato il protocollo “Programma speciale per l’istruzione e la formazione degli istituti penitenziari” per agevolare i percorsi di formazione e di istruzione all’interno degli istituti, con percorsi volti all’acquisizione e al recupero delle abilità e delle competenze individuali con il supporto di attività scolastiche, materiali didattici, laboratori didattici  e più in generale attività di formazione. A questi percorsi si aggiunge, inoltre, la possibilità per i detenuti di svolgere attività lavorative, all’interno o anche all’esterno del carcere ( lavoro extramurario), da svolgere per imprese o cooperative. Una possibilità prevista nella Legge 26 luglio 1975 n.354 che appunto stabilisce la possibilità per i detenuti di poter lasciare il carcere per svolgere attività lavorativa. Possono così essere realizzate attività di work experience e di simulazione d’impresa per acquisire competenze utili per lavorare dopo il periodo della detenzione. Le principali modalità di inserimento lavorativo sono: borsa lavoro, stage o tirocinio formativo, contratto di apprendistato, contratto di inserimento.

 

 

L’Istituto per Minori della Capitale è uno dei pochi in Italia che ha una sezione femminile.  Al suo interno sono detenuti in prevalenza ragazzi stranieri di diverse etnie, soprattutto rom, extracomunitari, minori non accompagnati. In maggioranza sono nordafricani, le ragazze sono quasi sempre di etnia rom. Una situazione non del tutto semplice da gestire, proprio per questo l’Istituto ha attivato il servizio di mediazione culturale e quello di mediazione sociale con il coinvolgimento di associazioni esterne per la presa in carico dei ragazzi stranieri.

All’interno dell’IPM si svolgono corsi di scuola primaria, di scuola secondaria inferiore, corsi di alfabetizzazione e di educazione alla cittadinanza. Le ore che si dedicano alla scuola e alla formazione sono relativamente poche, due ore al giorno, a cui si affiancano alcune attività che coinvolgono i ragazzi quali la gestione della biblioteca interna, la redazione di un giornalino, dove riescono ad esprimere liberamente il proprio pensiero, condividendo le idee, esercitandosi a scrivere in un clima collaborativo. Sono le esperienze pratiche, quelle dirette che includono il dialogo e il confronto, che riescono a coinvolgere i giovani e a far superare loro il disinteresse e il rifiuto nei confronti delle tradizionali forme d’insegnamento. Va bene tutto ciò che porta innovazione, come la musica, la pittura, la scultura e le nuove tecniche di comunicazione quali il digitalstorytelling, attività che riescono a valorizzare le competenze dei minori. Ai ragazzi viene offerta anche la possibilità di seguire corsi di formazione professionalizzanti con cadenza periodica quali estetica, parrucchiere, decoupage, cucina e a carattere continuativo come pizzeria, sartoria, tappezzeria etc. Attività tutte che riescono a catturare l’interesse dei giovani detenuti, come è emerso da una serie d’incontri e di interviste dove è stato possibile conoscere i loro bisogni e le loro aspirazioni.

 

Consulta la scheda che segue per conoscere esperienze degne di nota!

Tra le esperienze che meritano di essere riportante vi è quella della Fondazione Il faro sul territorio romano. La Fondazione organizza corsi di formazione professionale gratuita, attività di orientamento al lavoro e accoglienza dei giovani in situazione di disagio, in particolar modo degli immigrati. In 18 anni di attività, la Fondazione ha formato 2700 allievi attraverso 200 corsi con l’obiettivo di insegnare loro un mestiere quale il piazzaiolo, il panificatore, il pasticciere, il cameriere, il manutentor etc. Il Faro forma annualmente circa 200 nuovi artigiani di cui si stima che circa la metà trova lavora dopo il percorso formativo. I servizi offerti hanno l’obiettivo di consentire l’inserimento lavorativo dei giovani in difficoltà con corsi che sono prevalentemente incentrati sulle aree professionali che consentono un’immediata spendibilità sul mercato del lavoro. Inoltre, i docenti vengono selezionati non solo in base alle competenze sulla materia da insegnare ma soprattutto con attinenza alle caratteristiche personali che creano una maggiore sintonia con i ragazzi. Durante i corsi si lavora molto sulla formazione della persona oltre che su quella professionale. Gli insegnanti devono facilitare la cultura della tolleranza e della solidarietà. Obiettivo fondamentale della Fondazione è orientare ma non solo informando sulle possibilità del mercato del lavoro ma aiutare gli utenti ad avere consapevolezza delle proprie inclinazioni e delle proprie potenzialità, indirizzarli nella scelta del futuro. Particolare attenzione è dedicata alla durata dei corsi formulati in 148 ore ben distribuite in due mesi, corsi troppo brevi potrebbero non essere idonei a far acquisire le giuste competenze, periodi troppo lunghi potrebbero far calare l’interesse. I corsi sono modulati in lezioni pratiche e teoriche. La parte pratica si svolge in laboratori attrezzati di pasticceria, pizzeria, cioccolateria, parrucchiere e quant’altro. Le classi sono formate con un massimo di 14 allievi per favorire la reciproca conoscenza, il confronto che migliora la qualità delle relazioni e di operare in un contesto in cui si è apprezzati, si valorizza inoltre la multietnicità e le differenze culturali. Attraverso la formazione professionale i minori riescono a raggiungere obiettivi concreti, acquisiscono l’attitudine ad imparare e a relazionarsi giorno dopo giorno con il prossimo, in una parola si facilita l’inclusione sociale. Al completamento del corso viene rilasciato un attestato di frequenza quale riconoscimento degli sforzi compiuti. Negli ultimi anni, il percorso prevede una fase di formazione on the job, può accadere anche che il tirocinio si trasformi in un contratto di apprendistato o in vero e proprio contratto di lavoro. Inoltre la Fondazione ha previsto la figura di un tutor che si occupa di prendere contatti con le aziende.
Nel capoluogo siciliano, l’organizzazione interna dei detenuti è articolata in gruppi di 15 - 16 detenuti.  Molti dei giovani hanno dei problemi relazionali, anche di tipo psicologico-pediatrico molto spesso dovuti all’uso di stupefacenti. A Palermo, la preparazione scolastica è articolata in 4 ore quotidiane. Due volte a settimana i ragazzi più preparati utilizzano il computer per redigere testi di approfondimento. Il percorso prevede il conseguimento della licenza elementare e media. Sono stati attivati, inoltre, anche corsi di scuola superiore. In più, sono state lanciate delle attività volte ad attirare l’interesse dei giovani quali progetti culturali in campo teatrale, letterario, pedagogico, musicale etc. Tra di questi il progetto “Ora tu cuntu” che consiste in incontri con artisti siciliani che permettono ai detenuti di approfondire la conoscenza della cultura e della letteratura siciliana con la lettura di alcuni brani.  Altro progetto interessante è “Educazione finanziaria” che promuove un’attività di approfondimento su tematiche di finanza ed economia sviluppando attitudini relative al mondo dell’economia ma anche ai servizi bancari. Per quanto riguarda la formazione, l’istituto collabora con associazioni ed enti di formazione. A tutti i ragazzi viene offerta la possibilità di seguire laboratori di giardinaggio, arti grafiche, pasticceria, cucina, seguiti direttamente da esperti artigiani. Tra le varie esperienze formative vi è quella del progetto “Lisca Bianca: navigare nell’inclusione” che offre ai giovani l’opportunità d’imparare un mestiere che sta scomparendo come quello del maestro d’ascia. Molti dei corsi sono a costo zero per l’istituto in quanto finanziati da privati o dal mondo del volontariato. In base alle esperienze riportate, i ragazzi sono stati coinvolti e affascinati dal seguire incontri e spettacoli. Molte delle attività seguite hanno consentito ai giovani di avviare il cammino verso la personale trasformazione, qualcuno di loro ha detto: “Sto imparando a mettere una testa nuova”. Molti hanno preso coscienza di aver commesso degli errori, altri hanno espresso la volontà di proseguire negli studi, c’è chi dopo aver concluso un percorso di formazione spera di poterne fare un mestiere e di non tornare mai più in carcere.

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