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Lo Scrum Master: quando la professione non è solo digitale

“Dobbiamo attraversare il fiume, ragazzi. Non vi dirò di provvedere a costruire una zattera ma come scrum master vi chiederò: come lo facciamo?” Matteo Carella lavora per Viralize, azienda innovativa nel cuore di Firenze, presso l’incubatore di startup “Nana Bianca”, e svolge un’attività che per alcuni, almeno in Italia, è ancora avvolta in una nebulosa: lo scrum master. Sebbene la confusione che serpeggia, il termine “scrum” viene da lontano mentre il compito di scrum master non è sempre distinto con cognizione da altri ruoli di coaching in Italia e spesso viene confuso con altre profili professionali, come il change manager. Tanto che le certificazioni utili per specializzarsi nel ruolo, si contano sulle dita di una mano se non, addirittura, un pro-forma.

Ma procediamo con ordine. Cosa vuol dire e cosa fa lo scrum master?
Ad usare per la prima volta il termine “scrum”, sono stati gli studiosi Takeuchi e Nonaka, in una pubblicazione sull’Harvard Business Review, nel 1986. Essi compararono l’alto livello di performance nei team cross-funzionali alla “mischia” creata nel gioco del rugby (detta appunto “scrum”): all’interno dello scrum-mischia si allinea la forza del gruppo e si aumenta il livello di performance, perché ognuno lavora con specifiche regole di ingaggio. “Lo scrum master – spiega Matteo Carella di Viralize – spiana la strada al team, portandolo ad un ritmo di pace e tranquillità operosa, garantendo l’allineamento nella prestazione delle attività di tutte le risorse; la “delivery” del prodotto e l’autonomia per ogni membro del team”.
E, come nel rugby, se si esce dalla mischia tutta la squadra è penalizzata.
Secondo la definizione sviluppata da
Ken Schwaber e Jeff Sutherland – condensata in una guida tradotta in oltre 30 lingue e attualmente in uso da chi svolge questa attività – lo scrum è quindi un “framework di processo per sviluppare e sostenere prodotti complessi; esso “consente alle persone di risolvere problemi articolati e, allo stesso tempo, di creare e rilasciare prodotti in modo efficace e creativo dal più alto valore possibile”. 

 Quali sono le sue competenze, in quali ambienti professionali lo troviamo e qual è il trattamento economico che riceve uno Scrum Master? Scoprilo nella scheda che segue!

Per inquadrare la figura dello scrum master, dimenticate il sistema di management tradizionale, ma anche il ruolo di project manager, team leader e del semplice coach. Lo scrum master non alleva talenti, non ha bisogno di far emergere competenze o capacità del singolo, non dirige il gruppo di lavoro e soprattutto è una figura che nasce e opera nell’ambito delle aziende di Information & Communication Technologies (ICT). Pur partecipando in tutto il processo decisionale e di produzione, è un profilo contiguo all’area software e deve lavorare a fianco del product owner: lo scrum master pensa al “come” e il product owner al “cosa”, ovvero il valore del prodotto. Anzi, lo scrum master è al servizio del product owner ed è considerato un “servant-leader” dell’intero team.

Quali sono i contesti dove opera lo scrum master?

Startup e imprese che lavorano sullo sviluppo e sulla programmazione software, e solo in tempi più recenti, anche nelle aziende di grandi dimensioni e che non svolgono solo attività di rilascio applicativi ma anche hardware. In Italia, ma in realtà è un appendice di un gruppo mondiale perché si rifà ad un manifesto internazionale dei principi e dei valori, esiste la community “agile movement”: essa organizza, dal 2004 e su base volontaria, gli “Italian agile days”, oltre a workshop, meet up, iniziative; e il suo lavoro non è esclusivamente legato allo scrum master ma a tutte le metodologie “agili”.

Ma cosa significa “agile”? Come lo definiscono gli specialisti dell’ingegneria del software, agile è un termine ombrello, sotto il quale ricadono diverse definizioni ma il cui significato principale è quello di contrapporsi ai metodi tradizionali di rilascio del software (modello a cascata) con un approccio concentrato sull’obiettivo della consegna al cliente in tempi rapidi e frequenti, di un software funzionante e di qualità.

Per rendere questo approccio possibile, c’è la necessità di lavorare con piccoli team di sviluppo, auto-organizzati e cross-funzionali: esattamente quelli in cui va ad operare lo scrum master. 
E per dirla in termini ancora più concreti,
Fabio Ghislandi, presidente dell’agile movement italiano, ribadisce “che non esiste scrum master senza un team che già lavori con metodologie agili”. Tanto che il problema nell’individuare questa figura professionale sta proprio nel fatto che spesso le aziende cercano scrum master confondendoli in una platea sempre più ampia di agile coach, project manager, change agent/manager.
“L’agilità è diventata mainstream in alcuni ambienti, non è più solo appannaggio di sviluppo software – spiega Ghislandi. La possibilità che la ricerca di uno scrum master sia viziata dalla curiosità per la figura, più che essere focalizzata sulla conoscenza e la necessità di questo ruolo, conduce all’errore. In questo senso, il compito della
comunità dell’agile movement è fondamentale: forniamo informazioni attraverso gli “agile days” – il prossimo sarà a novembre, ad Urbino – e il nostro spazio di discussione è aperto ai contributi e ai dubbi anche delle aziende, proprio per evitare le derive. Anche perché, non ci si improvvisa scrum master e il più delle volte è un ruolo acquisito con molta esperienza e/o coltivato all’interno dell’azienda che ha già fatto cambiamenti radicali al suo interno, preparandosi all’assunzione o alla selezione di uno scrum master anche interno. Del resto le competenze per questo ruolo non solo soltanto tecniche: lo scrum master deve possedere soft skills, capire comportamenti e indirizzare le scelte del gruppo di lavoro. E questo richiede una grande intelligenza emotiva, dedizione e studio quotidiano in campo psicologico; una forte motivazione e la conoscenza della storia: le metodologie agili e il ruolo di scrum master, derivano dal movimento lean, nato negli anni Cinquanta in Giappone, ma anche nell’ambiente del manifatturiero”.

Lo scrum master deve quindi farsi un bagaglio culturale molto umanistico.
Ed è per questa ragione che aziende come Viralize,
la piattaforma tecnologica italiana che supporta editori, creatori di contenuti e inserzionisti nell’esecuzione di strategie di distribuzione e advertising di video online, ha selezionato Matteo Carella: egli già veniva da un’esperienza analoga, aveva lavorato su metodologie agili e ha competenze anche in ambito di coaching e skill trasversali, non solo tecniche.
E per la stessa ragione, anche la startup Instal,
piattaforma di mobile marketing per la promozione di app e giochi, è molto attenta nella sua ricerca di uno scrum master, come spiega il Coo (direttore operativo) di Instal: “ci stiamo preparando al suo arrivo, anche con stand-up meeting mattutini, per creare uno o più team maggiormente dinamici e flessibili. Anche perché, la nostra struttura si sta evolvendo, siamo cresciuti in termini di risorse umane e sedi internazionali: vogliamo essere pronti per lavorare al meglio con lo scrum master che verrà”.

Entrambe le startup, sia Viralize che Instal, hanno aumentato il proprio team nel giro di poco tempo, ampliando il raggio di azione in almeno quattro uffici internazionali per ciascuna azienda, e la figura di uno scrum master in quest’ottica, permette di allineare risorse con background ed esperienze molto eterogenee ed aiutare la squadra di lavoro a raggiungere gli obiettivi prefissati.

E rispetto al riconoscimento economico?

“A determinarlo è ancora una volta il livello di cambiamento apportato dall’impresa e l’impiego di metodologie agili aziendali – precisa Ghislandi: ci sono aziende che hanno adottato un approccio agile, come Xpeppers e 7Pixel, solo per citarne alcune. Sono comunque poche quelle nella condizione di apprezzare realmente uno scrum master. Tuttavia, per un professionista che già lavora in scrum, la direzione da prendere è quella di coltivare il proprio talento all’interno di un’azienda. Se parliamo all’azienda, soprattutto se non ancora matura sull’innovazione agile ma intenzionata ad individuare una risorsa dall’esterno, è meglio che allo/a scrum master affianchi un/a agile coach: il primo (lo scrum) guarderà e opererà da dentro il team, da dipendente; mentre il secondo (il coach) potrà contribuire con una visione complessiva dell’intera organizzazione, come consulente”.

 

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