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ReCreo, la startup che "recupera" il territorio in modo innovativo

Mappare le risorse in abbandono delle aree rurali e promuovere modelli di recupero e valorizzazione, attraverso strumenti che mettono in contatto fra loro proprietari e possibili utilizzatori che intendano proporre idee progettuali. Parte da questa nobile idea la giovane startup ReCreo. Nata dalla mente di quattro giovani toscani che hanno saputo affiancare alle loro professioni un progetto di valorizzazione del territorio.  Federico Mazzelli è infatti un ricercatore e docente presso l’Università di Firenze, Shirin Amini  un architetto, Leonardo Porcelloni, un geografo e Leo Cusseau, laureato in Relazioni Internazionali, lavora nel settore umanitario.

“Siamo relativamente giovani, abbiamo tutti tra i 30 e i 34 anni – spiega Cusseau -. Ci siamo conosciuti tramite amicizie comuni e percorsi professionali che si sono incontrati alla fine dell’Università che abbiamo frequentato insieme. Volevamo realizzare un progetto forse visionario, ma che affrontasse davvero i problemi che vedevamo in Toscana, ma in generale in Italia e che vivevamo anche direttamente: il paradosso della presenza di grandi quantità di risorse in totale abbandono e al contempo la difficoltà per molti, giovani in particolare, di avere accesso a quello stesso tipo di risorse, per progetti personali, d’impresa, dei più vari. Questa disparità non causa soltanto difficoltà per le nuove generazioni, ma porta alla degradazione dei beni per gli stessi proprietari e alla perdita culturale e collettiva collegata alla distruzione di immobili storici, all’abbandono di nuclei rurali. Dall’idea, portata avanti ciascuno in parallelo al proprio lavoro, passiamo all’incubazione come spin-off universitario e arriviamo all’attuale fase di costituzione come startup innovativa a vocazione sociale”.

Per recuperare le risorse in abbandono vengono utilizzati vari strumenti, di cui alcuni parzialmente realizzati, altri in fase di sviluppo. “In primo luogo, abbiamo creato una prima mappatura delle risorse in abbandono aperta ai contributi di tutti ed accessibile a tutti – continua Cusseau -. Questo strumento ha la funzione di sensibilizzare sull’ampiezza del problema rendendo accessibile un dato altrimenti complesso e di coinvolgere le comunità locali, i proprietari e i singoli mappatori. Il progetto si completerà con la creazione degli strumenti dedicati sia a mettere in contatto chi ha idee progettuali con chi ha risorse in abbandono, in modo da agevolare l’accordo e favorire il recupero di immobili e terreni, sia strumenti utili a reperire professionalità specifiche, partnership e fondi”.

Il livello successivo alla mappatura, ancora in corso di realizzazione, comprende le risorse non solo segnalate come in stato di abbandono, ma anche messe a disposizione dai proprietari per essere oggetto di progetti di recupero. “In questo secondo caso, stiamo raccogliendo la disponibilità dei proprietari di immobili e terreni inutilizzati nelle aree rurali. Affinché vi sia un reciproco vantaggio fra proprietario e proponente l’idea progettuale, chiediamo che le risorse siano messe a disposizione a condizioni agevolate, tenuto conto che l’abbandono rappresenta comunque un costo per la proprietà”.

“L’obiettivo finale – racconta il giovane imprenditore - è quello di creare una piattaforma che sia punto di riferimento per favorire recuperi tramite progetti innovativi, ambientalmente sostenibili, ad impatto sociale positivo. Un risultato che intendiamo ottenere è anche quello della replicazione delle buone pratiche e dell’individuazione di modelli di gestione virtuosi”.

Buone pratiche che passano attraverso modelli innovativi di recupero. Ma cosa significare valorizzare in modo innovativo?  “Il solo recupero strutturale di un immobile, di per sé, non è innovativo – spiega Cusseau - per esserlo, riteniamo che debbano affiancarsi tecnologie, attività economiche correlate al recupero, modelli di gestione, che siano sfidanti rispetto al presente. Che siano capaci di affrontare in modo nuovo i problemi legati al mondo rurale, ovvero la difficoltà di accesso ai servizi, la distanza fisica dai centri di sviluppo, la scarsa redditività delle attività tradizionali nelle aree rurali. Ma anche problemi generalmente legati all’attuale modello di sviluppo, quindi l’eccessivo consumo energetico, l’impatto ambientale complessivo, l’eccessiva disuguaglianza nella distribuzione delle risorse. Un recupero deve accompagnarsi ad un progetto che vada in una direzione nuova, in breve: cohousing, progetti di economia circolare, turismo lento. Come abbiamo visto in questi mesi con la crescita dello smart working, esistono tutti gli strumenti per colmare il divario digitale tra aree rurali e urbanizzate, permettendo di immaginare nuove forme di recupero”.

L’obiettivo finale di questa riqualificazione è un migliore e più equo uso delle risorse esistenti, attraverso l’accordo fra le parti coinvolte e la consapevolezza che l’utilizzo o l’abbandono del bene privato ha un impatto sulla collettività, “una rivitalizzazione delle aree oggi marginali del paese, che rappresentano il futuro prossimo dello sviluppo, e una salvaguardia del patrimonio storico e culturale che queste aree rappresentano. Ci pare abbastanza ambizioso, ma vale assolutamente la pena tentare”, commenta con soddisfazione il giovane toscano.

Per fare tutto questo, è necessario però instaurare un rapporto con gli enti locali, in modo che collaborino a segnalare la presenza di immobili in abbandono e contribuiscano a realizzare una mappatura corrispondente alla realtà. “Siamo già entrati in contatti con alcuni enti locali, che ci hanno contattato e che si sono detti interessati al progetto, per cui prevederemo una modalità specifica di partecipazione, in particolare per i piccoli comuni – racconta Leo -. Gli enti locali saranno certamente un attore importante del progetto, data la presenza di numerosissimi beni pubblici in stato di abbandono che rappresentano un peso sui bilanci comunali e l’interesse dei comuni alla rivitalizzazione delle aree marginali del territorio. L’ostacolo maggiore attualmente è rappresentato dalla scarsa dimestichezza di molti enti locali, piccoli in particolare, con l’economia digitale nel suo complesso, ma la sensibilità è in crescita. Oltre ai comuni, intendiamo anche coinvolgere soggetti come le cooperative di comunità che possono contribuire molto a generare e radicare localmente innovazione”.

Tante idee e tanti progetti, che ora si stanno pian piano concretizzando. Ma la strada non è stata facile e non lo è tuttora. “Le difficoltà sono molte, in primo luogo dovute al fatto che per poter investire in un progetto bisogna avere del tempo, cosa assai complessa per chi lavora. Varie volte ci siamo sentiti dire che per far decollare un progetto serve mollare tutto e investire soltanto in quello, eppure crediamo che per la nostra generazione abituata alla precarietà, non basti avere un solo pilastro su cui investire. Perciò abbiamo continuato con cautela ma con molta, molta tenacia. Altro importante ostacolo che abbiamo incontrato, la difficoltà nel reperire fondi, per quanto limitati, per l’avvio del progetto; molti bandi si presentano infatti non adatti al finanziamento di attività totalmente da costruire, specialmente se si tratta di strutture digitali. Infine, la persistenza di una cultura d’impresa che considera tuttora l’impatto sociale ed ambientale delle attività un accessorio e non una componente costitutiva, come invece dovremmo aver imparato dalla crisi presente; infatti l’emergenza Covid ha costretto ad avviare un ripensamento dei modelli di sviluppo e abitativi che guarda anche al rurale, e questo ci spinge a credere ancora di più nell'attualità della nostra proposta”.

Ma i loro sforzi sono stati premiati. ReCreo è stata prima selezionata per un percorso di incubazione presso l’Incubatore Universitario Fiorentino - IUF, quindi ha ricevuto nel 2018 il premio speciale del III Bando “Welfare che Impresa” dedicato alle imprese sociali e promosso da Fondazione Italiana Accenture, Fondazione Bracco, Fondazione Snam, Fondazione CON IL SUD e Ubi Banca, e nel 2019 il premio “Innovazione Amica dell’Ambiente”, promosso da Legambiente e Open Fiber, per il settore Aree Interne in Rete. In questa fase siamo alla ricerca di ulteriori bandi per finanziare l’avvio vero e proprio. “Entro l'anno lanceremo una campagna per raccogliere i dati di risorse inutilizzate in tutta Italia – confida Cusseau -. Vogliamo coinvolgere e sensibilizzare il più possibile i proprietari di immobili e terreni in aree rurali, rendendoli consapevoli che la piattaforma ReCreo può permettere una seconda vita dei loro beni. Quindi lanceremo una raccolta fondi per sviluppare la piattaforma a livello avanzato”. A questo proposito, i giovani fondatori lanciano un’offerta di lavoro. Hanno bisogno di webdeveloper interessati allo sviluppo delle aree rurali. Quindi sono aperte le candidature! E per il futuro? “Abbiamo idee per rivitalizzare i borghi in via di spopolamento, ma per fare tutto questo abbiamo bisogno di fare rete, creare partnership in tutta Italia e coinvolgere un numero sempre maggiore di persone e comunità locali nel nostro progetto”.

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