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Tra apocalittici e integrati, vince la formazione

La discussione attorno alla digitalizzazione del lavoro, spesso finisce per scadere in scontro, una condizione di poca lucidità che conduce a teorizzazioni sul buono o il cattivo che c’è nel digitale.
La nostra capacità di analisi però si basa su dati che vengono dal presente, elementi in continuo mutamento e – purtroppo – su informazioni che spesso non tengono conto della storicizzazione del fenomeno. Prendendo in prestito la critica di Umberto Eco sulle teorie delle comunicazioni di massa, teorizzare la disoccupazione tecnologica o l’impennata del PIL a causa o grazie alla digitalizzazione, “è come fare la teoria di giovedì prossimo. È il territorio che si modifica, dal di dentro e dal di fuori”. È quindi impossibile da determinare a livello dogmatico.
E come sulla comunicazione di massa a cui qui fa riferimento il compianto studioso, le teorie che hanno la pretesa di spiegare il fenomeno ingessano la questione, drammatizzano ancora di più le differenze. Tuttavia la quantificazione degli effetti della trasformazione digitale del lavoro resta al centro di un dibattito di massa, scientifico e di policy che va affrontata.
Possiamo mutuare ancora una volta la metafora di Umberto Eco, quando parla degli apocalittici e degli integrati, omonimo titolo di un suo libro del 1964 ancora attuale, per destreggiarci sul tema: gli apocalittici sono i pessimisti che attribuiscono al digitale le colpe per i bassi salari e l’aumento della disoccupazione; i secondi, gli integrati, sono quegli inguaribili ottimisti che vedono nel cambiamento portato dalla tecnologia un’occasione di crescita, l’opportunità per comprendere la cultura di massa.
Tra i due schieramenti non c’è vincitore. E si rischia di lasciare tanti quesiti irrisolti: con quali strumenti affrontiamo il cambiamento già in atto? Dove e come cambia il lavoro? In quale contesto interveniamo per gestire la trasformazione digitale del lavoro e non subirla?
Uno dei terreni su cui agire è quello della ricchezza informativa e della conoscenza: la formazione, in sostanza, consente di affrontare il cambiamento, garantire la competitività delle imprese e del lavoratore, innescare un processo di innovazione su scala più ampia.


Negli ultimi 6 anni, secondo uno studio INAPP condotto con dati Istat (Indagine Campionaria sulle Professioni, ICP), le professioni che sono maggiormente cresciute sono riconducibili alle attività ad alta intensità tecnologica e all’innovazione organizzativa: addetti al marketing, tecnici della produzione, progettisti di software, ad esempio, sono diventate quelle più richieste dalle aziende e quindi dal mercato. Mentre tra le professioni in regressione, quelle a più bassa intensità tecnologica, con un elevato grado di ripetitività o dove incide di più la componente umana, troviamo sia chi si occupa della pulizia, della cura e dell’assistenza, ovvero le professioni e i mestieri del settore socio-sanitario e quelle attinenti alle funzioni di segreteria, amministrazione e gestione della contabilità. Mansioni e funzioni che vengono ormai rimpiazzate da software gestionali e/o algoritmi in grado di sostituire l’uomo nelle mansioni più routinarie. Il tema è: se ci sono professioni in declino e altre in crescita, cosa può fare il lavoratore 2.0?
La strada da scegliere, se si è agli esordi della carriera professionale  o anche se si è già intrapresa una strada, è ancora una volta la formazione.
Esiste un nesso tra occupazione e cambiamento tecnologico e quest’ultimo non è neutrale: incide sul contesto socio-economico; influenza l’emergere di nuove tecnologie e condiziona, a seconda dei rapporti di forza, caratteristiche strutturali e natura delle istituzioni. Pertanto il lavoro cambia non solo nelle mansioni, che possono diventare un’indicazione chiara dell’obsolescenza di una professione o di un mestiere, ma anche a livello di organizzazione d’impresa. A sua volta dominata da almeno altri due grandi fattori: il cambiamento demografico e l’interconnessione delle economie, ovvero la globalizzazione.

Se teniamo nel giusto conto che ci sono paesi come Stati Uniti e Australia che aumenteranno la popolazione e quindi la forza lavoro rispettivamente del 10 e del 27% da qui al 2050, e che molti lavori attuali dipendono dalla domanda proveniente dal mercato estero, come in Finlandia, Germania e Corea – secondo i dati della direzione per occupazione, lavoro e affari sociali dell’OCSE – allora dobbiamo prepararci a migliorare, ampliare, acquisire competenze.
La necessità di estendere e aggiornare la gamma delle competenze del lavoratore dovrebbe essere l’obiettivo prioritario di quelle imprese che vogliono competere sulla base della qualità e della complessità dei prodotti e/o dei servizi che offrono al mercato.
E lo sviluppo dell’innovazione, si sa, è lo sbocco naturale dell’accumulazione della conoscenza specifica all’interno di un’azienda. Poiché muta l’organizzazione d’impresa anche dal punto di vista delle innovazioni di processo, diventa vitale aggiornare conoscenze e capacità della forza lavoro con una formazione on the job.
Il cosiddetto “learning by doing”, la formazione continua e permanente, è la leva principale per la riqualificazione e non a caso è uno dei pilastri del piano nazionale Impresa 4.0 promosso dal Governo.
Ma poiché gli investimenti in formazione e conoscenza da parte delle imprese possono essere osteggiati dall’incertezza del ritorno economico, ecco allora che entrano in gioco interventi pubblici per incentivare gli investimenti, come il credito d’imposta per la formazione 4.0.
Del resto, investire in conoscenza per un datore di lavoro significa scommettere sul capitale umano, rafforzando in questo modo l’idea che la tecnologia è ancella ed elemento complementare al lavoro dell’uomo. La misura del credito d’imposta per la formazione è un intervento di tipo nuovo, definita dal Ministero della Sviluppo Economico e sarà inserita nella legge di bilancio prossima al voto del Parlamento, ma in parziale continuità con quella dello scorso anno, almeno nei temi riguardanti le agevolazioni alle imprese: industry 4.0.
L’intervento messo a punto sarà usufruibile per il 2018-2020, applicandosi a tutta la spesa effettuata nell’anno dalle aziende.
Cosa significa? Che le aziende richiederanno di usufruire del credito applicando il costo orario del personale impiegato in attività di formazione collegata ai settori dell’industry 4.0: cybersicurezza, realtà aumentata, robotica avanzata e collaborativa, manifattura additiva.
La misura, in questo modo, si ripercuoterà su tutte le attività industriali e di piccole e medie imprese nell’evoluzione delle competenze della propria forza lavoro, impegnata nell’affrontare la trasformazione digitale.
Del resto, l’Italia, ci dicono le statistiche dell’Eurostat, presenta una percentuale di lavoratori che partecipano a corsi di formazione inferiore di circa 2,5 punti percentuali rispetto alla media dei paesi membri dell’Unione. Tanto che, e qui entrano in campo i dati Istat elaborati dall’INAPP, il 60% delle imprese attive in Italia, nel 2015, ha svolto attività di training professionale, confermando purtroppo il solito divario nord sud: oltre due terzi delle aziende nel nord-est è più attiva sulla formazione, rispetto alle imprese collocate nelle isole.
Per questo la misura del credito d’imposta costituisce un mezzo per riequilibrare le disparità sul territorio e per fornire nuove risorse economiche – il budget è ancora da definire – a tutto il tessuto imprenditoriale e quindi a tutti i lavoratori dipendenti.  

Della formazione, finanziata con il contributo dello 0,30% da parte del datore di lavoro, si occupano i fondi interprofessionali, ovvero organismi di natura associativa promossi dalle organizzazioni di rappresentanza delle parti sociali, il cui ruolo rilevante è stato riconosciuto recentemente. Ebbene, secondo il rapporto sulla formazione continua dell’INAPP 2017, ai fondi hanno aderito 965.313 imprese e più di 10 milioni di lavoratori dipendenti. E le microimprese costituiscono la platea più attiva nelle adesioni, arrivando a rappresentare l’83,5% contro lo 0,4% rappresentato dalle grandi aziende, che evidentemente hanno chi si occupa della formazione all’interno dell’organizzazione, con cui sopperire ai piani formativi diffusi dai fondi. Rispetto alla distribuzione geografica, il primato delle adesioni delle imprese spetta al Sud: 30% delle aziende, contro il 25% di Nord e Centro; mentre dal punto di vista dei lavoratori, le maggiori adesioni si concentrano dove sono presenti le medie e grandi imprese, quindi soprattutto al Nord Ovest e Nord Est del Paese.
Alla luce di questi dati, sembra emergere la volontà da parte delle aziende del Mezzogiorno di irrobustire il proprio patrimonio di conoscenza. Cerchiamo di capire come sta andando anche sul fronte dei professionisti con Franco Valente, direttore di Fondo Professioni, all’interno della confederazione ConfProfessioni, la principale organizzazione di rappresentanza dei liberi professionisti in Italia.

Direttore, dall’avvento delle tecnologie e quindi della trasformazione digitale del lavoro, che evoluzione c’è stata nel mondo dei professionisti?
“C’è stato un aumento delle adesioni da parte degli studi professionali e delle aziende, su tutti i fondi: dal 2003, anno di creazione del fondo, al 2016 siamo arrivati ad oltre 60mila. Per capire, negli ultimi tre anni c’è stato un incremento di 20mila iscrizioni, tra studi e aziende.
Noi non offriamo formazione ma mettiamo a disposizione i formatori.
Un datore di lavoro può inviare il proprio dipendente ai corsi riconosciuti a catalogo sul nostro sito ma ha anche la possibilità di partecipare a bandi e avvisi per richiedere il finanziamento per piani aziendali formativi o interaziendali”.

Su quali temi si concentra l’attività formativa?
“È sempre più richiesta la formazione per le associazioni di categoria e rappresentanza, quelle che raggruppano più lavoratori, proprio perché le aziende e gli studi capiscono quanto sia importante acquisire nuove competenze, aggiornare i professionisti e farlo anche in un’ottica unitaria. Oltre alle iniziative specifiche sui corsi obbligatori come sicurezza e antiriciclaggio, ci viene richiesto di elaborare e selezionare i piani per lo sviluppo delle competenze digitali; giusto in questi giorni abbiamo partecipato ad un convegno sul professionista 4.0 e tematiche affini: il lavoro da remoto, lo smartworking”.


Che ruolo gioca il credito d’imposta nella prossima legge di bilancio?
Cruciale, non farà che incrementare l’attività e l’importanza della formazione. Anche per questo, stiamo pensando di potenziare il nostro lavoro, attivando iniziative che premino l’evoluzione digitale all’interno degli studi professionali, proprio perché crea aggregazione di competenze. Il legislatore, su questa spinta,  può essere motivato ad impegnarsi di più: ricordiamo che paesi come la Francia, hanno stabilito per le imprese una quota di destinazione alla formazione più ampia. Segno che, in una situazione di continua evoluzione del lavoro, la formazione vince”.

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