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Un capolavoro di innovazione chiamato "Farm Cultural Park"

Ha conquistato il titolo di sesta meta turistica al mondo per l’arte contemporanea, distante solo pochi chilometri dalla Valle dei Templi, una sorta di punto di continuità tra un tempo antico, quasi perduto, e la modernità. Fa registrare, in media, 120 mila presenze turistiche all’anno, con effetti positivi sul territorio e sulla comunità in termini di posti di lavoro creati – 150 occupati stabili –, attività commerciali nate e capitali investiti per quasi 20 milioni di euro. Numeri importanti, soprattutto se si considera dove questo piccolo miracolo di innovazione sociale, urbana e culturale sta accadendo. Succede a Favara, paese della provincia di Agrigento con poco più di 30mila abitanti, oggi museo a cielo aperto. È qui, tra i ruderi del centro storico, che il 25 giugno del 2010 ha visto la luce "Farm Cultural Park", il primo parco turistico e culturale della Sicilia. Difficile, però, incasellare un luogo così poliedrico in una definizione precisa che suona quasi riduttiva.

Tutto ruota attorno al Cortile Bentivegna, un insieme di sette piccole corti collegate tra loro, dove l’impronta araba è ancora evidente. Nella Farm si “coltiva” cultura a 360 gradi: al suo interno gallerie d’arte, spazi espositivi, un centro di architettura contemporanea e un complesso di residenze per artisti, ma anche aree dedicate al cibo e ai momenti di aggregazione. Non a caso lo spazio che ospita la “cucina condivisa” si chiama “Nzemmula” (“insieme”, nel dialetto siciliano). Ma c’è di più. Farm Cultural Park è un progetto in continua evoluzione, autofinanziato e indipendente.

Gli artefici di tutto questo sono il notaio Andrea Bartoli e l’avvocato Florinda Saieva, marito e moglie, favarese di origini, lei. Ed è proprio nella cittadina agrigentina che hanno scelto di tornare, preferendola a Parigi: “Una scelta consapevole”, la definisce Saieva, per restituire a Favara “la dimensione della possibilità”, dimostrando che un cambiamento così straordinario è, appunto, possibile. Anche là dove non si osava neppure immaginarlo.

L’intervista a Florinda Saieva Bartoli

 

Qual è l’idea alla base di Farm Cultural Park e come funziona?

Alla base c’è la scelta di tornare in Sicilia, a Favara, una scelta consapevole, dopo un periodo trascorso a Parigi. Ma siamo tornati con la volontà di non lamentarci e di fare tutto il possibile per stare bene e creare opportunità per le nostre figlie. Andrea e io siamo da sempre appassionati di arte contemporanea e design, così abbiamo acquistato i primi immobili restituendoli alla comunità sotto forma di luoghi di cultura, con l’idea di fare quello che oggi si fa a Farm: stare in un posto piacevole, incontrare gente straordinaria, poter partecipare ad una mostra, ad un evento culturale. È un po’ come stare bene… a casa propria.

Cosa vi ha spinti a realizzare questo progetto proprio a Favara, dopo aver vissuto all’estero?

Quando ci chiedevano: “Cosa fate a Parigi?”, rispondevamo sempre: “Stiamo studiando”. Con Andrea, quando andavamo in un posto a noi molto caro, il Palais de Tokyo, pensavamo a quanto sarebbe stato bello poter avere in futuro un nostro spazio da gestire per organizzare diverse attività. Il nostro desiderio, la nostra convinzione, è che ognuno deve fare qualcosa per il proprio territorio. Oggi mi piacerebbe tornare a fare un’esperienza all’estero per avere nuovi input ed energie da restituire al territorio.

Citi spesso la frase “Le città cambiano perché le persone le fanno cambiare”. Che tipo di cambiamento ha innescato Farm?

Farm ha restituito a Favara la dimensione della possibilità. Quando abbiamo iniziato anche solo a immaginare il progetto da mettere in campo, ci sentivamo dire che a Favara era impossibile farlo, che non sarebbe cambiato mai niente. Invece, abbiamo dimostrato che con impegno e sacrificio le cose si possono fare. E in molti ci hanno creduto. È questo il vero cambiamento. Quest’anno sono venuti persino dall’Istituto di Turismo e Cultura coreano per conoscere più da vicino questa realtà, con la volontà di innescare, attraverso la cultura, meccanismi analoghi di rinascita e di riqualificazione dei territori.

Quali le ricadute sul territorio in termini economici, occupazionali e sociali? Diamo qualche numero: posti di lavoro creati? Presenza turistiche? Imprese coinvolte? Capitali investiti?

In termini di presenze turistiche siamo passati da zero a 120mila visitatori annui. Attorno a Farm sono sorte numerose attività commerciali, bed and breakfast, ristoranti, un hotel a cinque stelle che recentemente ha anche vinto un premio per l’architettura alberghiera, con un investimento da parte dei privati di circa 15milioni di euro e 150 posti di lavoro stabili. Si potrebbe dire che noi abbiamo creato l’impresa… e gli altri fanno gli imprenditori! La scuola di Architettura per bambini che abbiamo aperto lo scorso anno, inoltre, ha accresciuto la relazione con il territorio e con le famiglie.

Che tipo di partnership avete avviato?

Collaboriamo principalmente con il mondo accademico, con l’Università di Palermo, la Facoltà di Architettura di Bruxelles, il Kengo Kuma Lab. Abbiamo diverse esperienze di lavoro con lo IUAV di Venezia, e soprattutto con il Politecnico di Milano, che ogni anno porta qui 20 studenti per partecipare a workshop e tirocini. Ma abbiamo sviluppato progetti con diverse associazioni in Sicilia e non solo.

Vi siete candidati al “Fellowship Program” dell’Obama Foundation. Di cosa si tratta?

È una sorta di accompagnamento ai percorsi che possono potenziare strumenti, skills e capacità di crescita. Per noi rappresenta una grande opportunità per acquisire nuove competenze e conoscenze.

Che consiglio daresti a chi vuole creare un’impresa innovativa, nonostante le difficoltà ?

Mettersi nell’ottica delle idee che, se non siamo noi stessi a cominciare a fare qualcosa per noi e per gli altri, nessun altro lo farà al nostro posto. E con un po’ di pazienza, sacrificio e passione si può fare tutto. Ma, dall’altra parte, occorre che ci sia uno Stato etico, uno Stato che si comporti come un buon padre di famiglia e sappia correggere, sì, ma anche indirizzare e sostenere i propri figli.

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