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White economy e prospettive occupazionali

Green, brown, white: sono i colori che fanno la differenza anche sul mercato del lavoro! Si parla infatti sempre più spesso di colori per caratterizzare un settore professionale specifico. Verde, bianco e marrone è la nuova bandiera delle occupazioni che andranno per la maggiore nell’immediato futuro. Se già nel passato il bianco era il colore con cui si designavano i “colletti bianchi”, oggi il bianco indica i lavoratori che offrono servizi alla persona nel campo dei servizi di assistenza socio-sanitari.  White jobs è il settore professionale additato anche dalla Commissione Europea in forte espansione. In Italia gli addetti sono oltre 2,5 milioni e si prevede che entro il 2020 si passerà a 3,1 milioni.

Questo incremento è direttamente proporzionale all’allungamento della vita. Gli over 65 rappresentano attualmente il 22% della popolazione italiana, una percentuale che è destinata a crescere in futuro. Questo significherà anche un incremento della richiesta di assistenza. Ecco, dunque, un settore verso cui i giovani possono orientare il proprio percorso di studio e di formazione in vista di un futuro impiego. Si sta, infatti, sviluppando quel tipo di economia che risponderà ai bisogni essenziali della persona e della salute. Non a caso, tra le 20 professioni richiestissime entro i prossimi 15 anni c’è quella del consulente o manager della terza età. Si tratta di specialisti il cui lavoro consisterà nell’aiutare la popolazione che invecchia trovando soluzioni innovative in campo medico, farmaceutico, psichiatrico e non solo. I consulenti della terza età dovranno trovare strade alternative per rispondere meglio alle esigenze degli anziani e dunque ideare nuove proposte per l’alimentazione e nell’ambito del fitness.

Secondo quanto emerso dall’ultimo rapporto “Le prospettive di sviluppo dei white jobs” di Italia Lavoro, il white jobs creerà entro il 2020 ben 500 mila nuovi posti di lavoro. Un settore che al momento produce 98 miliardi di valore aggiunto, pari al 7% del prodotto complessivo del Paese, nei servizi sanitari, sociali e di cura. Tra le professioni attualmente più ricercate si va dalle più qualificate come medici o tecnici dei servizi sociali e sanitari, a cui si aggiungono gli addetti ai servizi alla persona e domestici.

Possiamo analizzare i white jobs suddividendoli in quattro comparti: assistenza sanitaria, servizi sociali residenziali e non residenziali, collaboratori domestici. In questi comparti operano soggetti differenti che vanno dai liberi professionisti a imprese, istituzioni pubbliche, non profit ma anche famiglie quali datori di lavoro di personale domestico. Va rilevato che gli occupati nei settori dei servizi sanitari, sociali e alla persona sono aumentati dal 2000 al 2012 del 40% in Europa e del 70% in Italia. Gli occupati dei white jobs potrebbero aumentare da 2,5 milioni del 2012 a 3,1 milioni nel 2020. Stando ai dati pubblicati da Italia Lavoro nel 2012 gli occupati italiani nel settore risiedono nel 50% dei casi nelle regioni settentrionali (la restante quota si ripartisce per metà nel Centro e nel Mezzogiorno), e fra essi prevale la componente femminile (1,6 milioni, pari al 76% a fronte di 500 mila maschi). Quasi il 60% degli occupati nei white jobs è costituito da tecnici della salute (32%) e da addetti ai servizi domestici (23%), un quinto dalle professioni qualificate nei servizi personali (20%), il 13% da medici, l’8% dalle professioni qualificate nei servizi sanitari e sociali e la quota più piccola è costituita dai tecnici dei servizi sociali (4%). Sono professioni dove è forte la presenza femminile, dato che le lavoratrici rappresentano più di tre quarti del totale (75,9% a fronte del 24,1% degli uomini), ma quote ancora più alte di donne si riscontrano nelle professioni qualificate nei servizi personali (92,5%) e negli addetti ai servizi domestici (89,1%). Solo nelle professioni mediche primeggiano gli uomini (62,1%).

Si rileva oggi una forte crescita della domanda di cura, di assistenza, di previdenza. A questa domanda dà una risposta la White Economy con i suoi 3,8 milioni di addetti (pari al 16,5% degli occupati del Paese) e con attività pubbliche e private volte alla cura e al benessere delle persone. Il suo valore, stando ai dati Censis, si aggira intorno ai 290 miliardi di euro, corrispondente al 9,4% della produzione complessiva nazionale. Il 42,2% del valore della produzione è attribuibile ai servizi sanitari, il 17,9% alle attività pubbliche di gestione e regolazione nei settori della sanità, assistenza e previdenza, il 17,7% all'industria del farmaco e delle attrezzature medicali, il 10,6% alla previdenza complementare e alle assicurazioni del ramo salute, il 10,4% alle attività di personal care, l'1,1% all'istruzione universitaria negli ambiti considerati.

Sono dati che posizionano la White Economy al di sopra dei settori agricoltura, costruzioni, ristorazione, commercio e inferiore solo ad alcuni comparti del manifatturiero e del terziario avanzato. In questi termini, possiamo sostenere che il settore economico della cura, dell'assistenza e della previdenza per le persone è anche motore di sviluppo economico.

Ma da cosa dipende la crescita della domanda di white jobs? È soprattutto l'allungamento della vita media che fa crescere la domanda di cure e di assistenza. Si stima che nel 2030 saranno più di 4 milioni le persone che non godranno di buona salute, cresce di conseguenza la domanda di assistenza che darà lavoro a 4 milioni di italiani. Inoltre, le persone che soffriranno di patologie croniche saranno più di 20 milioni. Oltre 3 milioni di italiani sono affetti da difficoltà funzionali gravi. Tra questi, 1,4 milioni sono confinati all'interno della propria abitazione e necessitano di cure diurne e notturne. Infine, dobbiamo rilevare che l’aumento dei white jobs è anche collegato alla crescita dell’occupazione femminile che fa sviluppare la domanda di servizi collegati alla necessità di conciliare il lavoro con la vita privata.

La società cambia e il mondo del lavoro deve saper rispondere ai cambiamenti. Si allunga la vita e aumentano le esigenze degli anziani che chiedono una migliore qualità dei loro giorni. A questa domanda non sono più in grado di rispondere i figli o i familiari sempre più impegnati, anche il badante non è più sufficiente. Si sente, pertanto, la necessità di una nuova figura professionale, una persona che aiuti l’anziano non solo a gestire la solitudine e le difficoltà quotidiane, o che gli prescriva i farmaci da acquistare in farmacia, ma che abbracci in modo completo la sua vita indicandogli quali cibi consumare per rimanere in salute, o l’esercizio fisico da praticare, dandogli il supporto anche psichico per affrontare al meglio i propri giorni. Facile presumere che nell’immediato futuro potrebbe essere molto gettonato una sorta di Manager della terza età, uno specialista, magari laureato in Medicina e Chirurgia.  Una professione che ha qualcosa in comune con il vecchio geriatra, ma è innovativa perché il nuovo manager deve includere nel suo personale bagagliaio di conoscenze la comunicazione con il paziente, diventato in questa nuova ottica un vero e proprio cliente.

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