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Artigiani per passione: largo ai giovani creativi

Storie di ordinaria straordinarietà. Abbiamo raccolto tre testimonianze di giovani che grazie alla passione, alla fiducia e all’impegno sono riusciti a realizzare il “sogno professionale” nel segno dell’artigianato.

I mestieri artigianali permettono di unire alla preparazione tecnica e allo studio tanta passione e creatività. Luigi e Lucia, entrambi laureati hanno rinunciato ad un contratto a tempo indeterminato per aprire un laboratorio di cosmesi naturale. Lui
collezionava saponi fin da bambino, chimico per studi e per passione; lei creativa e da sempre attiva nel mondo dell’associazionismo e dell’economia solidale. Alla fine ci sono riusciti e hanno fondato a Pesaro “La Saponeria”.

C’è poi Chiara Romano, siciliana, restauratrice di abiti e oggetti antichi che dopo una serie di studi ed esperienze all’estero, ora ha un contratto con il
Metropolitan Museum of Art di New York. Un lavoro certosino con una tecnica che lei stessa ammette di fare in “silenziosa devozione”.

E infine c’è Marco Anedda, un ragazzo che costruisce violini. Ha unito la passione per la musica con l’amore per il legno, ancora conserva il kit di attrezzi da falegname che il nonno gli ha regalato a tre anni. Ama definirsi “liutaio di campagna” e rivela che bisogna ascoltare il legno mentre si lavora.


Come è nata l’idea di aprire un laboratorio? Passione o esigenza?

Passione, sicuramente, un po’ di incoscienza e un grande sogno. Senza questi ingredienti probabilmente ora LaSaponaria non esisterebbe! Abbiamo iniziato a fare il sapone in casa
sotto la supervisione di nonna Gina, ascoltando i racconti di quando si faceva ancora tutto in casa. Inizialmente è stato per noi come un “gioco”, un bel modo di passare il tempo insieme e di riappropriaci del contatto con la natura e le cose genuine.

C’era comunque, fin da subito, la consapevolezza di creare qualcosa di buono, per la nostra salute e per l’ambiente.
Questa sensibilità ci ha portato a contattare il Gruppo di Acquisto Solidale della nostra città, un gruppo di persone unite dal desiderio di riscoprire il senso di un consumo consapevole. È stato proprio il GAS a darci la spinta per iniziare questa impresa ed è stato anche tra i nostri primi clienti e sostenitori. Abbiamo iniziato con il sapone, riscoprendo ricette tradizionali e creando una rete con i produttori locali, e poi non ci siamo più fermati. Un progetto che ci ha appassionato e che ci ha dato soddisfazione, tanto da prenderci il rischio (non da poco) di lasciare il lavoro a tempo indeterminato.

Ora nel nostro laboratorio a conduzione familiare sono impiegati anche altri due ragazzi, Gabriele e Laura, che ci aiutano nella produzione. Realizziamo shampoo, creme, bagno doccia e tanti cosmetici, tutti certificati biologici e a basso impatto ambientale.


Quali sono le maggiori difficoltà che avete incontrato?

Le difficoltà non sono poche, soprattutto se consideriamo la mole di burocrazia che dobbiamo affrontare ogni giorno. Il settore della cosmetica è ricco di normative severe, ancor più di quelle del settore alimentare. Occorrono autorizzazioni sanitarie per i locali, i controlli delle materie prime in ingresso, quelle sui prodotti, oltre alla presenza di un direttore tecnico che certifichi la produzione.


In cosa consiste la vostra attività?

Nel nostro laboratorio produciamo cosmetici naturali utilizzando solo materie prime certificate e sostenibili. Ci occupiamo anche di promuovere il bello della cosmesi “fai da te”, organizzando corsi e vendendo sul nostro sito Internet tutte le materie prime necessarie per creare cosmetici naturali.


Dove reperite i materiali e dove avete acquisito la competenza per lavorarli?

Abbiamo scelto di utilizzare per le nostre ricette ingredienti naturali privilegiando i rapporti diretti con i piccoli produttori locali. Scegliamo materie prime di alta qualità secondo il criterio della vicinanza territoriale. Questo ci ha portato, per esempio, a scegliere come ingrediente base dei nostri saponi l’olio extravergine di oliva, un olio dalle proprietà ineguagliabili dal punto di vista cosmetico ma anche pienamente sostenibile. È un olio del nostro territorio raggiungibile senza lunghi viaggi, tragitti che sarebbero invece necessari se usassimo l’olio di palma e cocco (ingrediente fondamentale di molti saponi definiti naturali).

Le lavorazioni si basano su tecniche e ricette tradizionali apprese grazie ai racconti di una volta. Poi gli studi, la chimica, la cosmetologia, l’esperienza vengono dopo e arricchiscono il percorso tracciato dalla tradizione, dalle tecniche e ricette di una volta e ci permettono di rivisitarle in chiave moderna.


Quanta creatività e quanta tecnica per la composizione dei vostri prodotti?

C’è un bel mix di creatività e tecnica. Le competenze scientifiche stanno alla base delle formule che realizziamo, che devono sottostare a precise regole di sicurezza e di efficacia.

La scelta degli ingredienti, dei principi attivi, i progetti con le aziende agricole per creare estratti officinali ad impatto zero o la scelta di packaging riciclato, sono solo alcuni esempi della creatività che è alla base di ogni prodotto. Questo mix si rispecchia anche nel nostro percorso, io (Luigi) mi occupo del lato tecnico delle formule, mentre Lucia, che ha una formazione di tipo umanistico, del lato che possiamo definire “creativo”.

Le basi di chimica apprese durante l’università sono state fondamentali. La mia formazione è stata davvero indispensabile per avviare questa attività, altrimenti non avrei potuto svolgere l’attività di sviluppo e ricerca interna. L’esperienza ha fatto il resto! Senza citare, poi, i corsi, i seminari, gli incontri che seguiamo per tenerci aggiornati: questo settore è sempre in evoluzione.


Una giornata tipo?

Ci alziamo presto e torniamo a casa tardi! Il bello di un piccolo lavoro artigianale e che le giornate non sono mai una uguale all’altra.  Di norma le mie giornate si dividono tra produzione, contatti con i clienti, gestione dei rapporti con i fornitori, ma la parte che mi piace di più è quella “sperimentale” in cui mi occupo di sviluppare e testare nuove formule e ingredienti.


La concorrenza nel settore non mancherà. Quali mezzi utilizzate per promuovere i vostri prodotti?

Certo, c’è molta concorrenza. I cosmetici naturali sul mercato sono sempre più numerosi, anche se, oltre a delle belle etichette e campagne di marketing green purtroppo spesso di “eco” hanno ben poco.

La nostra politica è stata quella della massima trasparenza e correttezza rivolgendo un’attenzione particolare alla qualità dei prodotti. Il web sicuramente ci ha aiutato a promuovere questi valori, ma la nostra vera ricchezza è la soddisfazione di chi prova i nostri prodotti. È grazie al supporto dei nostri clienti, al passaparola, ai loro incoraggiamenti che riusciamo a proseguire in questo ambizioso progetto, con energia ed entusiasmo.


Cosa si intende per cosmetica consapevole?

L’aggettivo “naturale” per i nostri cosmetici non era abbastanza. Certo sono anche naturali, anzi tutti i prodotti e gli ingredienti che utilizziamo hanno la certificazione biologica e non usiamo ingredienti di origine petrolifera o dannosi per la pelle e l’ambiente. Ma non solo. Il nostro progetto nasce dall’idea di voler fare la nostra parte per rendere questo mondo più pulito e per lavorare alla costruzione di un sistema economico più giusto ed equo.

Quindi per noi era, ed è importante, considerare a 360 gradi gli impatti dei nostri prodotti e del nostro lavoro, fare ogni scelta in maniera appunto “consapevole”.

Per questo abbiamo scelto di utilizzare ingredienti locali frutto del lavoro di piccole aziende agricole, di ridurre il più possibile il packaging, di adottare soluzioni ecologiche e processi produttivi artigianali ed attenti e di proporre per i nostri prodotti dei prezzi “equi”.  I prezzi rispecchiano la qualità e il lavoro che c’è dietro i prodotti, evitando il superfluo. Non comprendono infatti pubblicità, tecniche sofisticate di marketing o tendenze, anche perché vorremmo che i cosmetici naturali fossero alla portata di tutti.
Restaurare abiti e oggetti antichi. Come è nata l’idea?

A cinque anni cucivo i vestiti per la mia barbie usando gli scarti dei tessuti che le nonne, entrambe sarte, mettevano da parte per me. Sono cresciuta quindi osservando e toccando velluti, organze, batiste e molti altri tessuti ancora. Ricordo che durante una gita scolastica, in una chiesa di Palermo, ho passato parecchio tempo a scrutare affascinata una donna seduta su un trabattello che restaurava un affresco. Lei era bellissima, un tutt’uno con l’opera, quasi fosse in contemplazione. Forse è stato proprio quello l’input iniziale, la spinta di partenza. Ho subito iniziato a leggere tutto quello che riuscivo a trovare sul restauro e quando ho scoperto l’ambito della conservazione dei tessuti storici, ho capito che era la strada da seguire.

I manufatti tessili tuttavia si distinguono in un’infinita gamma in base ai materiali costituenti, le tecniche di realizzazione e soprattutto le tipologie di applicazioni. Spesso mi sono occupata di oggetti di uso quotidiano, custodi di testimonianze della vita di ogni giorno. Il mio lavoro quindi non prevede esclusivamente il restauro di abiti (antichi e contemporanei) ma anche di arazzi, tappeti, frammenti tessili di varia natura, tessuti copti, vesti liturgiche, uniformi, bandiere. In alcuni casi mi sono inoltre imbattuta anche nel restauro di oggetti d’arredo, accessori di abbigliamento (cappelli, ventagli, scarpe) finanche tappezzerie.


In cosa consiste il tuo lavoro?

In silenziosa devozione. Quando inizio a lavorare cominciano per me ore di vera meditazione. Interagire fisicamente con opere d’arte quali i manufatti tessili richiede pazienza e concentrazione che nel gesto del restauro si traducono per me in un momento rituale.
Tento di stabilizzare lo stato dei tessuti predisponendo le condizioni ottimali per la loro conservazione futura, adattando il più possibile il metodo di restauro al tessuto specifico, e mai viceversa. La reversibilità di ogni intervento è sicuramente ciò a cui pongo più attenzione. Evito di compiere operazioni che possano infatti pregiudicare l’eventuale ritorno alla condizione di partenza.

Il continuo confronto, la condivisione e lo scambio di esperienze con i colleghi, poi, sono sempre determinanti per la buona riuscita di un intervento di conservazione, ed indubbiamente le caratteristiche dei materiali di restauro devono sempre presentare elevati standard qualitativi, proprietà di stabilità e resistenza. Di volta in volta tingo i filati o i frammenti di tessuti di cui ho bisogno cercando di avvicinarmi il più possibile alla nuance dei colori del tessuto da consolidare. A questo scopo utilizzo coloranti che recupero da aziende specializzate alle quali mi rivolgo per la fornitura di prodotti ed attrezzature.


Quanto c’è di creatività e quanto di “regole” nel tuo lavoro?

La “regola” è cercare di adattare alla natura dei degradi le scelte conservative, determinandone, con l’aiuto della “creatività”, le modalità’ di applicazione.

Per esempio, la forma delle opere d’arte tessili, a causa della loro flessibilità, richiede di essere interpretata e ricostruita in conformità a informazioni non sempre deducibili dal manufatto stesso. A questo proposito, in occasione del restauro di un abito mutilo del Settecento, ad esempio, è stato necessario realizzare una copia e progettare un manichino che avesse le stesse forme della donna che ipoteticamente avrebbe dovuto indossare l’abito, al fine di comprendere le manomissioni che l’abito aveva subito nel corso della sua storia ed individuare il modello originale. O ancora, con l’aiuto di un amico architetto, ho realizzato un telaio che mi consentisse di ruotare su un piano orizzontale un abito neoclassico, favorendo il consolidamento di circa settantamila paillettes senza dover rimuovere le cuciture originali dei vari teli di cui era costituito.

In ogni caso comunque bisogna sempre filtrare la “creatività” dell’intuizione con tutte le considerazioni scientifiche, filologiche, storiche ed estetiche che consentano di sviluppare una buona diagnosi salvaguardando le evidenze storiche testimoniate dal manufatto.


Ora lavori al Metropolitan Museum of Art di New York. Come ci sei arrivata? Puoi descrivere una tua giornata tipo?

Ho iniziato a mandare il mio curriculum vitae e il mio portfolio al Metropolitan Museum of Art due anni fa. Avrei continuato a farlo fino alla fine della mia carriera se fosse stato necessario. Prima o poi si sarebbero stancati di ricevere ogni anno la mia appliacation e forse mi avrebbero presa (anche solo per estenuazione) per una Fellowship invece, contro tutte le mie aspettative, il secondo tentativo è andato a buon fine. Mi hanno offerto un contratto per una borsa di ricerca di sei mesi, appena riconfermato per un altro anno. Lavorare all’interno del Dipartimento di Conservazione Tessile del Metropolitan Museum of Art, confrontandomi quotidianamente con professionisti di calibro mondiale, è un sogno divenuto realtà. Una mia giornata tipo? In una parola: corro!

Quando entri in un paradiso come questo, cerchi di sfruttare al massimo le sue risorse e al contempo di mettere alla prova tutte le conoscenze e le abilità acquisite negli anni di esperienza. Solitamente arrivo in laboratorio un po’ prima dell’orario di ufficio e vado via sempre qualche ora dopo, cercando di sfruttare tutte le risorse che il museo può offrirmi, come la vasta biblioteca di settore all’interno del Dipartimento o le conferenze tenute dai restauratori e dai curatori del museo. Nel Dipartimento di Conservazione Tessile, ogni restauratore lavora a un proprio progetto di conservazione e dal momento in cui s’inizia a lavorare domina silenzio. Almeno otto ore di silenzio nella mia giornata tipo. Silenzio che è spezzato alla fine di ogni giornata dal piacevole caos di New York.


Studi ed esperienze precedenti?

La mia formazione è in gran parte siciliana. Ho frequentato il corso di laurea di Conservazione e Restauro dei Beni Culturali, triennale e poi specialistica, presso l’Università degli Studi di Palermo, all’interno della quale ho ricevuto, grazie a professionisti, come la Restauratrice Angela Lombardo e il Professor Maurizio Bruno, il sostegno e l’educazione alla disciplina, necessari per questo lavoro. Durante gli anni universitari, grazie al supporto dei miei tutor, ho iniziato le prime esperienze lavorative a Palermo, dove ho partecipato al restauro delle tappezzerie in seta della Casina Cinese poco prima di diventare docente di Chimica dei Tessuti presso l’Università di Palermo.

Ho intrapreso anche esperienze di internship  all’estero presso il laboratorio di restauro tessile del Centre de Documentació i Museu
Tèxtil di Terrassa (Barcellona) e presso il Dipartimento di Conservazione del Museo del Traje di Madrid, dove ho avuto modo di approfondire lo studio sulle tecniche tessili con il restauro di abiti come quelli di Mariano Fortuny e Balenciaga e anche su una vasta collezione di abiti popolari spagnoli per un’esposizione presso il Queen Sofia Spanish Institute di New York. Durante la mia permanenza nella capitale spagnola, sono stata contattata dalla Fundación Mapfre per l’organizzazione dell’allestimento e la manutenzione della Collezione di centocinquanta abiti di Yves Saint Laurent della Fondazione Pierre Bergé-Yves Saint Lauent di Parigi. Infine, il contratto al Metropolitan Museum of Art di New York.


C’è stato un momento in cui hai pensato di abbandonare questa passione?

No. Mai. Tendo a dimenticare i momenti di difficoltà e a concentrarmi solo sulle positività della vita e del mio lavoro. Non so se sia dovuto al fatto che il restauro tessile sia un settore, dicono “di nicchia”, o se sia dipeso dal fatto che non mi sono mai fermata ne arresa, ma per fortuna non ho mai riscontrato particolari difficoltà nel settore lavorativo e spero che il futuro continui ad offrirmi le opportunità che fino ad ora la dedizione costante è riuscita a regalarmi.
Come è nata l’idea di un mestiere così complesso e affascinante?

A posteriori posso dire che è stato un percorso iniziato in tempi non sospetti.
Sono nato in Sardegna, mamma insegnante di lettere e papà falegname, ho da sempre avuto una grande attrazione, curiosità verso la musica che con il tempo è diventato interesse e piacere. Sin da piccolo mi hanno messo gli attrezzi in mano, a tre anni, mio nonno materno mi aveva regalato un kit da piccolo falegname con attrezzi veri: un martello, una sega a voltino, un traforo, il tutto in una cassetta di legno che ancora conservo!

Quando sono venuto a conoscenza del fatto che fosse un artigiano a costruire degli strumenti musicali, ho avuto da subito la certezza che quella fosse la mia strada e ho cercato qualcuno, nei dintorni, che facesse questo mestiere e che fosse disposto ad insegnare; ho fatto così il primo corso di liuteria e ho costruito la mia prima chitarra classica. In questo laboratorio sono venuto a conoscenza del fatto che esistessero delle scuole di liuteria e una volta conseguita la maturità scientifica, ho scelto di andare alla scuola di liuteria di Gubbio dove ho frequentato con grande interesse per tre anni, coltivando un interesse speciale per gli strumenti ad arco.


Come hai perfezionato la tua formazione?

Uscito dalla scuola di liuteria, arricchito dall'esperienza sia formativa che umana (i tanti amici e colleghi e l'incontro con Marta, la mia compagna) ho trovato impiego in un laboratorio di Firenze, specializzato nella costruzione e nel restauro degli strumenti ad arco dove ho lavorato con passione, accompagnato dai miei maestri, per due anni. Nel 2005, spinto da esigenze espressive, ho deciso di aprire il mio primo laboratorio,in casa, dove continuare a studiare e cominciare a creare una mia visione della liuteria.

Un anno più tardi il mio primo laboratorio nel centro storico di Monterchi, a pochi passi dalla Madonna del parto di Piero Della Francesca, dove ho lavorato e studiato intensamente per sette anni. Da qualche giorno mi sono trasferito in una frazione nei dintorni di Monterchi, in un piccolo terracielo luminosissimo, con una visuale invidiabile con dei bellissimi tramonti che saranno sicuramente fonte di ispirazione per i prossimi strumenti.


Puoi descrivere la tua attività?

Il lavoro del liutaio è abbastanza complesso, servono diversi anni solo per avere una buona padronanza degli attrezzi e per imparare la tecnica di costruzione, ed è solo l'inizio; bisogna imparare ad ascoltare il legno che si sta lavorando, dare un senso, un'unità, un'armonia a tutti i pezzi che compongono lo strumento.

È un lavoro che non è cambiato molto nei secoli: il violino è uno strumento che ha origine nel 1500 e ancora adesso viene costruito grossomodo come allora, con gli stessi attrezzi: pialle, sgorbie, scalpelli, coltelli, lime, raspe. È cambiata però la clientela, se una volta i liutai erano pochi e lavoravano per i nobili che volevano essere al passo con i tempi e deliziarsi con la musica, oggi i tanti liutai lavorano per i musicisti e le orchestre che come sappiamo non hanno grande spazio in questo tempo dove l'arte ha perso importanza.


Chi sono i tuoi clienti?

I miei clienti sono musicisti professionisti italiani e stranieri e commercianti esteri, ho una produzione limitata a 6-8 strumenti tra violini, viole e violoncelli all'anno. Ho aperto un sito in cui è possibile prendere visione della mia attività.


Puoi descrivere una tua giornata tipo?

La mia giornata lavorativa tipo non esiste, per fortuna il mio è un lavoro che offre diversi spunti di ricerca e dove non si smette mai di imparare, bisogna mettere sempre in discussione tutto. Mi devo occupare di svariate questioni: la gestione dell'attività e della bottega, reperire i materiali, costruire gli strumenti, formulare le vernici, partecipare alle fiere, visitare i clienti, fare le riparazioni, la manutenzione. Ma sono ben felice di farlo.

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