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Come si prepara il territorio all'innovazione con i competence center

Sono luoghi ancora sconosciuti eppure le idee su cui poggeranno le loro fondamenta sono concrete e ben definite. Il documento con cui verranno creati è infatti in dirittura di arrivo per la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Parliamo dei competence center, croce e delizia di un’iniziativa lanciata già da qualche mese e che vedranno la luce entro fine anno.
Per fare cosa?
Trasmettere competenze a tutta l’ecosistema produttivo del lavoro, attraverso progetti elaborati e supportati con le università e i centri di ricerca.
Perché servono? Per colmare i vuoti di innovazione che pur esistono nel nostro paese a livello industriale, e portare ogni pezzetto di territorio a spiccare il volo, valorizzando quello che su cui il tessuto produttivo si è specializzato negli anni.

A fianco a questi poli, o meglio dire all’interno dello stesso disegno e del network che ne seguirà, rientrano anche i digital innovation hub; un’entità apparentemente separata ma che continuerà il trasferimento tecnologico con soluzioni innovative connesse al digitale e specifiche per le aziende. In pratica, e secondo il rapporto della Commissione europea (qui nella sua ultima versione) – dalla quale ha tratto spunto e impulso l’iniziativa italiana – gli hub diventeranno il punto di riferimento per le imprese offrendo servizi di orientamento, formazione e nuove strategie di business.

Questo dei competence center è un programma che rientra nel
piano industria 4.0, fortemente voluto dal Ministero per lo sviluppo economico, per potenziare le capacità di tutta la catena della produzione italiana: dalle micro, piccole e medie imprese ai professionisti che operano in contesti territoriali più circoscritti ma che devono far fronte come tutti alla trasformazione digitale del lavoro, così come alla globalizzazione, con la quale già fanno i conti da anni.
I centri di eccellenza tecnologica saranno affidati al coordinamento di alcuni atenei e centri di ricerca, 8 in totale, con l’obiettivo di aiutare le imprese a trarre il massimo dei vantaggi dalla quarta rivoluzione industriale. Per portare a mèta il progetto, l’iniziativa consentirà alle aziende, in associazione temporanea di scopo, di mappare i bisogni su cui modellare il disegno del competence center, creando per la prima volta, un partenariato pubblico-privato di cui godranno entrambe le parti: avvicinare il mondo della ricerca a chi lavora nell’industria e permettere a questi ultimi di lavorare con le giuste conoscenze e competenze, restituendo all’intera società il beneficio.
In termini di crescita economica, di PIL e di emancipazione culturale: se l’impresa avrà successo  cambierà il modello di lavoro e di apprendimento, non ridotto esclusivamente a contare sui vantaggi o a scontare i deficit del territorio, ma basato su uno schema organizzativo e produttivo in grado di parlare a tutto il paese.

L’investimento previsto, in attesa che venga pubblicato il bando, sarà di circa 60 milioni: 20 per l’anno in corso, 20 per il prossimo e altri 20 per il 2019.

Abbiamo già affrontato la questione dei competence center, quando il progetto fu lanciato; ciò che oggi fa la differenza è osservare su cosa si stanno attivando i soggetti coinvolti, sia le università che le imprese: alcuni di questi stanno creando partnership con altri centri di ricerca, connessioni con il tessuto produttivo e mappando le necessità dell’area. In Europa, è bene ricordarlo, esistono diversi tipi di competence center, a volte con caratteristiche più vicine ai campus di ricerca, altre con specificità più tecniche. Ma vediamo che succede al sud, come si stanno muovendo le realtà universitarie: l’università di Palermo e l’università di Napoli “Federico II”. 

Professor Livan Fratini, lei è delegato per la ricerca dal Rettore dell’Università di Palermo. Come vi state preparando per i competence center?

“Già prima dell’estate abbiamo iniziato a intrattenere rapporti con altre realtà, per fare una proposta congiunta: con l’università di Catania, l’Arcavacata di Rende, ovvero l’università della Calabria e l’università di Messina. I colleghi dell’area industriale dell’università di Catania erano già attivi. Abbiamo ricevuto sollecitazioni da grandi imprese che erano interessate a partecipare sia sulle tematiche da aggredire sia supportandoci con casi reali.
I contatti sono ancora in corso ma già alcune associazioni di imprese siciliane (pmi) hanno mostrato interesse a collaborare per crescere nel territorio”.

Qual è il vostro progetto?

“La nostra idea è quella di sviluppare una connessione tra l’ingegneria meccanica ovvero la meccatronica e il settore ICT; una delle associazioni di imprese che ci ha contattato è la rete PRIMS, che si occupa appunto di meccatronica. Favorire la diffusione e la sperimentazione di tecnologie innovative, sarà l’obiettivo del competence center, e con questa logica favoriremo applicazioni in ambito industry 4.0: come sensoristica avanzata, gestione dei dati, Internet of Things. L’incubatore di imprese ARCA, presso la nostra università, potrà aiutarci: sta già sviluppando un innovation Lab in coordinamento con il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca”.

Chi sarà coinvolto?  

“Coinvolgeremo anche startup e vogliamo trasferire competenze anche ai cittadini, sul territorio, attraverso il PON Metro, creando una connessione cittadino-università: contribuiremo a rendere Palermo una smart city”.

Oltre le università della Regione Sicilia, quali altre faranno parte del progetto?

“Se l’Università di Napoli “Federico II” intenderà correre da sola o almeno solamente con le realtà universitarie del territorio campano, noi potremmo essere l’altro polo dei competence center al sud: coordinandoci in un unico grande progetto con gli atenei pugliesi e lucani. Del resto questo dei competence center è un progetto che nasce con criteri includenti”.

Una sana competizione. 
Professor Pietro Salatino, Lei è presidente della Scuola Politecnica e delle scienze di base e si sta occupando del progetto del competence center per l’università di Napoli “Federico II”.

Cosa vi aspettate dal network che si creerà con i competence center e cosa bisogna aspettarsi dall’università di Napoli?

“Dal progetto del competence center ci aspettiamo la possibilità di colmare i gap con il resto del paese, così come di stimolare una sana competizione che porti territori e soggetti del Mezzogiorno ad una maggiore intraprendenza. Dalla nostra parte, ci sentiamo subito di dire – guardando a quello che succede in Catalogna – che se non si vince tutti, non si vince. L’attenzione al tessuto del sud d’Italia, che ha potenzialità, è un ottimo segnale.
Per questo abbiamo obiettivi distribuiti per tre macro aspetti: il primo, sviluppare studi su temi tecnico-scientifici dai quali ci attendiamo un’evoluzione del pensiero e contributi più trasversali. Il secondo aspetto è legato alla disseminazione e alla diffusione: tramite il competence center, creeremo attività per pmi, startup, aziende più mature e professionisti che potenzino il loro progetto di crescita con le tecnologie abilitanti. Il terzo ed ultimo aspetto è legato alla formazione: l’esperienza con la
Apple Academy, ci ha dimostrato che un’attività formativa esperienziale ha più forza di disseminazione. Tanto che stiamo facendo partire una sperimentazione con Deloitte, per il progetto DIGITA: una Digital Transformation and Industry Innovation Academy, il cui bando è stato lanciato in questi giorni”.

Con quale partnership e in quale network si svilupperà il competence center?

“Il centro di competenza avrà sede presso l’università e rientrerà nel network assieme ai digital innovation hub – più d’uno - che saranno dislocati su altri territori. Stiamo inoltre costruendo relazioni peer-to-peer con interlocutori storici del territorio: Getra, Hitachi, FCA, ENI, con i quali realizzeremo il centro, coinvolgendo tutta la filiera delle imprese connesse a queste grandi aziende. In questo senso ci sono già accordi ufficiali, frutto anche dell’esperienza fatta nei cluster tecnologici. Un progetto simile a quello dei competence center, ma da cui faremo in modo di differenziarci con un approccio interdisciplinare e più sfidante, lavorando quindi non solo su manifattura, made in Italy o agroalimentare ma contaminando le tematiche. E questo ci permetterà di soddisfare dei bisogni anche laddove non si sono ancora manifestati”.

L’Università “Federico II” correrà da sola?

“La ringrazio della domanda. La “Federico II” coinvolgerà tutte le realtà regionali campane e cercherà di sondare e costruire contatti anche con le regioni confinanti, come Basilicata e Puglia, proprio perché bisogna intercettare tutte le realtà se si vogliono colmare definitivamente i gap e creare spazi di intervento”.


Quanto è importante il progetto del competence center per la ricerca e l’università?
“Lavorare sull’innovazione, attraverso la trasversalità, ci permette di rivedere le modalità canoniche della formazione universitaria, sviluppando anche noi – università – nuove competenze”.

Il nostro viaggio lungo la Penisola per capire di più dei competence center che verranno, continua con le università del centro e del nord d’Italia. Seguici su Cliclavoro!

 


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