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Competence Center: a che punto siamo nel nord-est?

Con la quarta rivoluzione industriale, le competenze sono diventate la chiave per avvicinare ai processi innovativi sia le aziende che i cittadini: le prime con il trasferimento tecnologico dai centri di sviluppo delle competenze – dove si fa ricerca per intenderci – alle direzioni d’impresa; i secondi con i benefici che traggono dalla filiera del trasferimento, sia se abitano il territorio sia se lavorano nelle aziende che fanno parte dell’intero processo. Non a caso, la nostra ricognizione sui centri di sviluppo delle competenze, i competence center, ha l’obiettivo di raccontare se e come sta avvenendo questo passaggio proprio a partire dal territorio, in vista del bando sui centri di eccellenza che arriverà entro fine anno.
E dal sud ora puntiamo verso nord, nel triveneto in particolare, per capire a che punto siamo con l’innesto di queste nuove strutture, a cavallo tra ricerca e impresa, nel tessuto economico e sociale locale.
Eccoci quindi a colloquio con il Rettore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, il professor Michele Bugliesi, per tracciare un quadro delle attività e dei progetti che ruotano attorno ad una delle più grandi aggregazioni di competence center in Italia.

Il competence center del Nordest ha già preso il via. Il consorzio, che vede l’unione di 9 atenei, è all’opera da un anno, avendo sottoscritto un memorandum su un progetto comune il cui cuore sono le tre tematiche-driven della trasformazione digitale: l’Internet of things, il cloud, i big data. Sono stati già avviati alcuni progetti che hanno lo scopo di incrementare i processi di digital transformation delle piccole e medie imprese. Le aree di intervento ruoteranno attorno alle tre macro-aree con connessioni forti sul territorio, come ci racconta il Rettore dell’Università Ca’ Foscari, Michele Bugliesi.
 
Professore, il vostro progetto di competence center potrebbe essere uno dei più estesi del paese, coinvolgendo le università di tre regioni: Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia

“Avremo una sede principale e poi varie distaccate; sarà un modello di competence center diffuso, in coordinamento con i digital innovation hub nazionali ed europei; gli altri centri di competenza sul vecchio continente e i cluster tecnologici nazionali. Tutto questo darà vita all’ecosistema “SMACT”: acronimo di Social network, Mobile platforms & Apps, advanced Analytics and Big data, Cloud e internet of Things. SMACT avrà la forza di 9 università, oltre 155mila studenti, 5780 ricercatori e 300 brevetti, e la sua struttura comprenderà tre laboratori funzionali: Demonstration Lab, dove diffondere conoscenza dell’industria 4.0; Co-design Lab, ovvero il cuore operativo di SMACT dove si offrirà consulenza e sviluppo ai progetti ad alto valore tecnologico; e Action-Lab, ovvero lo spazio grazie al quale si accompagnano le aziende nell’implementazione delle soluzioni sviluppate. Il nostro obiettivo è che il competence center e i suoi laboratori diventino luoghi dove si genera la domanda di prodotto, il suo sviluppo e ovviamente il lavoro. Della Ca’ Foscari saranno coinvolti, soprattutto, tre dipartimenti: area economica, scientifica (computer science) e management. Le università coinvolte saranno le quattro venete Ca’ Foscari, Iuav, Verona e Padova a fare da capofila, più le università di Bolzano e Trento, quelle di Udine, L’università degli studi di Trieste e la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati, sempre nel capoluogo.
SMACT-Competence Center sarà orientato all’applicazione di tecnologie allo stato dell’arte e allo sviluppo di applicazioni specifiche e di filiera”.

Come si legano questi temi alle attività industriali del territorio?

“Ci focalizzeremo, ad esempio, su attività che già connotano l’area, come l’agro-alimentare, l’abbigliamento e gli accessori di moda; l’arredo per la casa; l’automazione meccatronica, gran parte del patrimonio del made in Italy. In generale, tutte queste specialità che rientrano nella manifattura, possono essere strettamente legate all’IoT perché tale tecnologia permette ai macchinari di essere gestiti e coordinati da remoto, liberando alcuni lavoratori tecnici e consentendo loro di occuparsi di altre mansioni. E la stessa manifattura, soprattutto in Veneto e Friuli Venezia Giulia, regioni ad elevata concentrazione di imprese artigiane o comunque pmi, è decisamente caratterizzante. Il cloud diventa poi la piattaforma su cui fare storage dei dati raccolti tramite l’IoT per poi analizzarli, in ambito analytics dei big data.
Gli altri due temi chiave sono mobile e social: importanti per il rapporto con l’utenza, cercando di raggiungerla ovunque ne ha bisogno, per capirne il sentiment e prepararsi meglio al mercato”.

Qual è il progetto di competence center a cui già lavorate da qualche mese? 

“In questi mesi abbiamo elaborato i progetti da cui far partire la sperimentazione del lavoro del competence center: l’impatto di industry 4.0 sui modelli produttivi, i modelli di business e il “design thinking che incontra industry 4.0”. Abbiamo inoltre definito le modalità con cui strutturare le operazioni. Fin dagli esordi individuammo, l’Università di Venezia in primis, nella modalità del consorzio la forma migliore di raggruppamento: esso consente un approccio più pragmatico con le pmi e gli altri centri di ricerca. Avvicinandoci così a realtà già esistenti, come quelle in Carinzia (Austria). Il nostro progetto individua nell’azienda il primo ruolo chiave: l’impresa rileva i problemi relativi al successo o allo sviluppo di un determinato prodotto e consulta i centri di ricerca. Seleziona poi le migliori soluzioni offerte e trasferisce le soluzioni alle università, affinché queste le sviluppino. All’interno dei competence center, ci sarà poi un’unità business per capire come la tecnologia può rideterminare aree di azione per l’azienda. Notiamo sempre di più che le nostre aziende hanno un problema su quali aree seguire: molte delle imprese sul territorio, parlando del Veneto, sono più responsive sul mercato ma non generano domanda. La sfida del competence center è quella di anticipare il mercato, altrimenti si resta indietro. Per questo sull’innovazione strategica, Price WaterHouse Coopers ci sta seguendo nel piano di sviluppo e altrettanto stiamo facendo sulla parte di sicurezza informatica con Cisco e IBM”.

Gli investimenti per i competence center sono sufficienti per un progetto come il vostro?

“Forse sono pochi ma questa avventura ha senso se riesce ad autosostenersi. Non possiamo rischiare di fare errori già visti con le nanotecnologie, in cui le imprese non sono riuscite a cogliere i frutti della ricerca fatte. Del resto non è facile fare push tecnologico: il trasferimento, in quell’occasione, si è ripiegato su se stesso. Ma rispetto ad allora l’università è diversa, molto più presente e non più solo per vocazione ma anche per sensibilità. Le problematiche di ricerca da applicare sono diventate più importanti e nelle stanze dei bottoni delle imprese, ci sarà ora altrettanta consapevolezza sul fatto che il precedente modello di organizzazione del lavoro è fallimentare e non può funzionare con la globalizzazione”.

Come valuta il partenariato pubblico-privato in relazione allo sviluppo dei competence center?

“Se l’investimento genera valore può determinare un’ondata di investimenti, non una tantum, bensì sufficienti a sostenere le iniziative facendo credere e partecipare anche i privati. Anche loro devono scommettere sull’innovazione. Questa iniziativa del ministero dello sviluppo economico sui competence center, vuole sopperire allo iato tra ricerca e impresa che già funziona all’estero e dove le dimensioni di impresa – più grandi – sicuramente aiutano. In questa logica, l’obiettivo dei centri di competenza sembra centrare anche questo problema, creando un network con il tessuto industriale. Tuttavia, al fine di sviluppare un processo di rinnovamento virtuoso, serve attrarre startup, spin-off e il capitale finanziario connesse a queste realtà. In Italia, la finanza ancora non ci crede”.  

Il disegno dei competence center mette in conto anche questo aspetto, attraverso il partenariato pubblico-privato. Cosa servirebbe a suo avviso, in un paese come l’Italia, in cui il gap tra cluster industriali-tecnologici e ricerca è in alcuni casi più accentuato in determinate aree geografiche?

“Qualche mese fa sono stato in Israele, una start-up nation. Lì, in ciascuna università c’è un dipartimento che si occupa di spin-off. Uno spin-off su otto ha successo: è il loro tasso di exit rate. Il 15% dei loro spin-off riesce a vendere pacchetti pronti di soluzioni per l’industria, su cui in Israele gli investimenti dei venture capitalist sono dell’ordine di qualche milione di dollari: da questi spin-off riescono ad ottenere ritorni di investimenti per centinaia di milioni. Rispetto al nostro paese, qui il rischio di impresa è molto più alto e noi abbiamo un deficit di credibilità che dobbiamo colmare ma c’è da dire che anche gli investitori devono crederci. In Veneto non abbiamo una capacità inventiva così spinta come è presente invece in Israele, trainata sicuramente dall’industria militare. Al tempo stesso però, lì hanno meno capacità di industrializzare. Mentre noi ne abbiamo da vendere: di fronte alla nostra scarsa abilità di lanciare investimenti in fase preliminare, detta di early stage, abbiamo però una grande attitudine nel fare industrializzazione. Emulare Israele non ha senso per un paese come il nostro ma compensare laddove loro non riescono, sì. Perché non tentare”?

  

 

Il nostro viaggio attraverso i competence center d’Italia continua. Scopri il prossimo su Cliclavoro!

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