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Da Sud a Sud 2.0: il Meridione riparte

 “Emergenze giganti”: no, non si tratta  di emergenze  di grandi proporzioni o di necessità. Si definiscono così quelle reti che, quando arrivano ad essere interamente connesse e conchiuse, diventano autosufficienti e quasi indistruttibili. A teorizzare questo modello è la geometria delle reti, un campo ancora poco noto della matematica, sdoganato nel Novecento da Paul Erdős. Tradotto in termini sociologici, le emergenze giganti possono essere rappresentate come comunità, ovvero nuove comunità umane che emergono, appunto, sul territorio.

Ma cosa c’entra tutto questo con il Sud? L’intuizione è di Pino Aprile, giornalista e appassionato meridionalista: applicare questo modello alla ri-partenza del Mezzogiorno. Come? Creando un ecosistema di imprese innovative radicate sul territorio e con un forte impatto sociale ed economico. La soluzione sul piano tecnico-pratico gliela offre Agostino De Luca, ingegnere gestionale con esperienza pluriennale nelle principali società di Consulenza di Direzione Aziendale. Ad unirli sono le comuni radici pugliesi e la volontà di dar vita a un Sud fatto da “Noi”. Insieme hanno lanciato “Sud 2.0”.

Nella sua prima fase, il progetto prevede la realizzazione di una rete di incubatori territoriali e un giornale online indipendente, diretto da Aprile, con la missione di informare da “Sud per il Sud”. E gli obiettivi futuri promettono sviluppi ancora più ambiziosi.

 

Cos’è Sud 2.0 e com’è nata la vostra collaborazione?

“2.0” è la versione evolutiva e migliorativa di qualcosa. Il progetto nasce per limitare al massimo il fenomeno dell’emigrazione giovanile verso il Nord o verso l’estero, sapendo bene che qualsiasi terra senza i giovani è destinata alla fine progressiva. L’obiettivo è cercare di fornire ai ragazzi – e non solo a loro – gli strumenti per poter intraprendere all’interno del proprio territorio.

Come si realizza questa mission?

Si realizza attraverso gli strumenti attuali. Mai come in questo momento, paradossalmente, le condizioni e le opportunità sono uguali per chi nasce a Palermo, a Bari, a Londra o a New York. Oramai la tecnologia ci mette a disposizione mezzi tali per cui mentre prima era fondamentale il capitale, capitali ingenti, per avviare nuove imprese, adesso il motore alla base dell’imprenditoria giovanile sono le idee. E le idee non ci mancano di certo. Quello che manca al Sud è che i nostri giovani sappiano che le regole sono cambiate e che anche loro adesso hanno le stesse opportunità dei ragazzi di altre parti d’Italia o del mondo nel fare impresa.

Che tipo di servizi offrirà il progetto concretamente?

Sosterremo le idee più valide attraverso sei incubatori, uno per ogni regione del Sud Italia: ciascun incubatore avrà l’obiettivo di selezionare dieci startup all’anno e a queste verrà fornito un aiuto economico, 10 mila euro per l’avvio, più un percorso di accelerazione di 4 mesi all’interno dell’incubatore, in modo tale che alla fine del percorso queste startup vengano presentate alla community di investitori professionali per trovare eventuali partnership e finanziatori istituzionali.

Ci sono già partner pronti a collaborare?

I soggetti interessati a far parte del progetto attualmente sono soggetti privati, nonostante tutti gli interlocutori istituzionali con cui abbiamo parlato – Confindustria, Università, Regioni – abbiano manifestato interesse ad entrare in qualche modo. Noi restiamo convinti, però, che questa iniziativa debba partire dal basso e reggersi su se stessa, senza chiedere e aspettare aiuti o concessioni.

Era  prevista anche una campagna di crowdfunding da lanciare a giugno per finanziare il progetto nella sua fase iniziale. Che tempi si prevedono?

L’idea iniziale era il lancio della campagna di crowdfunding da un milione di euro da redistribuire sul territorio attraverso le startup e gli incubatori. Abbiamo posticipato questo passaggio perché sin da subito forte è emersa la richiesta da parte del pubblico di entrare con capitali e acquisto di quote su Sud 2.0, cosa che invece era prevista dopo 2 anni, prima la campagna di crowdfunding e poi la partecipazione e l’azionariato popolare. In questi giorni abbiamo deciso di anticipare l’aumento di capitale con l’ingresso di soci privati e di lanciare successivamente il crowdfunding, a settembre.

Il crowdfunding è uno strumento realmente efficace per supportare iniziative come la vostra? In Italia può funzionare?

È vero, in Italia siamo ancora un po’ indietro su questo fronte, basti pensare che noi, ad oggi, abbiamo raccolto solo 15mila euro, ma il crowdfunding costituisce uno degli strumenti di massima validazione sociale e democratica, il migliore attualmente disponibile. Qualsiasi progetto che parte con una campagna di crowdfunding ha il grande vantaggio di saltare tutta la parte burocratica legata ai finanziamenti, ma soprattutto ha la possibilità di avere l’approvazione immediata da parte del pubblico. Grazie a questo processo, si può proporre direttamente ad un target specifico e al mercato di riferimento il proprio progetto o servizio.

Il progetto non si limita al solo ambito delle startup, ma interessa anche le imprese già avviate. In che termini?

Gli incubatori avranno un forte legame con il territorio per quanto riguarda sia i collegamenti con le Università sia con le imprese locali, in modo tale da attivare processi di contaminazione e open innovation tra le startup e le piccole e medie imprese in difficoltà. Interverremo, quindi, sia sul fronte “startup” che sul “re-start” per le pmi.

Che ricadute occupazionali avrà Sud 2.0 sul territorio?

A regime, nasceranno 60 startup all’anno – dieci per ogni incubatore –, un team è composto mediamente da 3 persone per startup: prevediamo, quindi, 180 posti di lavoro più l’indotto, oltre alle persone che lavoreranno all’interno degli incubatori. Complessivamente, si creerebbero più di 200 posti di lavoro annualmente. Per la prima fase sarebbe un buon dato da cui partire. Le nuove aziende, inoltre, saranno tenute per contratto a essere interconnesse fra loro con scambi societari, a essere connesse alla società madre – Sud 2.0 – e a restare per almeno 5 anni sul territorio dove sono nate.

Quali altre fasi seguiranno?

Attraverso l’aumento di capitale e la campagna di crowdfunding, come detto, daremo il via alla fase 1 in cui realizzeremo il giornale online di Sud 2.0 e i primi incubatori. La fase 2 si aprirà intorno al 2020 con un bilancio sui primi risultati raggiunti e l’operazione di equity crowdfunding grazie alla quale metteremo sul mercato il 50 per cento delle quote di Sud 2.0. Il sogno è che ogni famiglia meridionale possa partecipare e avere un’azione, una quota. Con questi nuovi capitali avvieremo una serie di attività in tre direzioni: Università del Sud e Banca del Sud, una catena di supermercati con prodotti a marchio 100% Sud, aree di defiscalizzazione sul modello Silicon Valley ma applicato al Meridione.

In conclusione, qual è la carta vincente su cui l’economia del Meridione e, più in generale, del nostro Paese deve puntare per essere competitivo?

Puntare sulle tre T: Territorio, Tecnologia e Testardaggine. E chi è del Sud, soprattutto sulla terza, ha da insegnare.

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