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Da profughi a imprenditori, la storia della cooperativa sociale Barikamà

A Rosarno erano sfruttati. Lavoravano nei campi 12 ore al giorno per pochi euro. Vivevano dentro baracche di plastica o fabbriche abbandonate. 
Oggi lavorano in cooperativa e producono yogurt e ortaggi bio per i Gas sul lago di Martignano, vicino Roma. 
La storia di sette giovani africani 
che danno lavoro a ragazzi italiani con la sindrome di Asperger.  

Barikamà, in bambara – la lingua del Mali –significa “resilienza”.
In fisica, si parla di resilienza quando il metallo sotto sforzo, anziché frantumarsi, si fortifica. Nella vita, indica la capacità di adattarsi ai cambiamenti, superare gli eventi traumatici e trasformare le difficoltà in qualcosa di bello.
Nietzsche aveva reso il concetto in un celebre aforisma: “tutto ciò che non mi fa morire mi rende più forte”.


Barikamà” è la parola che Suleman Diara e i suoi compagni di lavoro – Cheikh, Ismael, Aboubakar, Sidiki, Modibo, Saydou – hanno scelto per la loro Associazione di Promozione Sociale e Cooperativa, nel Casale di Martignano, a 35 chilometri da Roma.

Il progetto di micro reddito era nato nel 2011 e aveva come scopo iniziale solo quello del reinserimento sociale dei nuovi arrivati in Italia. Oggi è una realtà in crescita che promuove l'integrazione sociale e lavorativa, la sana alimentazione, il consumo sostenibile, la produzione e distribuzione di yogurt e ortaggi biologici, rigorosamente con la bicicletta o con mezzi a basso impatto ambientale, in tutta Roma e dintorni.

In sette anni, l'attività si è consolidata, grazie alla presenza costante nei mercati terra/terra e all'impegno con una decina di GAS (Gruppi di Acquisto Solidale), questi sette giovani sono ormai le figure di riferimento per lo yogurt solidale nella capitale. Nel 2014 la cooperativa è stata segnalata tra i finalisti del Moneygram Award, unico premio per l’imprenditoria immigrata in Italia. Ad ottobre 2015 ha vinto, insieme al Grandma srl, un bistrot gestito da ragazzi al Quadraro vecchio di Roma, il bando per l’assegnazione del punto ristoro del parco Nemorense, sempre nella capitale. Dal mese di luglio 2016, la cooperativa ha cominciato a promuovere una serie di tirocini finalizzati all'inserimento lavorativo dei ragazzi con sindrome di Asperger – una lieve forma di autismo che non presenta ritardo cognitivo e del linguaggio – vincendo nel dicembre dello stesso anno la prima edizione del premio da 50 mila euro “Coltiviamo Agricoltura Sociale” indetto da Confagricoltura. E dal 24 settembre scorso (giorno dell’inaugurazione), dopo molte difficoltà burocratiche, si occupa regolarmente della manutenzione del verde e della gestione del Caffè Nemorense distribuendo yogurt, prodotti gastronomici freddi e organizzando eventi culturali.

I ragazzi di Barikamà provengono da cinque paesi dell’Africa – Mali, Senegal, Gambia, Guinea, Benin – ma il gruppo è aperto e non si escludono altri inserimenti. Le loro storie si intrecciano a quelle di tanti altri immigrati residenti in Italia, con i quali condividono la tradizione contadina del paese d’origine, il viaggio attraverso il Mediterraneo, lo sfruttamento spietato nei campi fino all’accoglienza nei centri italiani.

Ciò che fa la differenza è il modo in cui sono riusciti a reagire alle circostanze della propria vita. Barikamà rappresenta simbolicamente l’emancipazione e l'affrancamento dalle violazioni che hanno subito nei campi da parte di caporali e ‘ndranghetisti. Partendo dalle loro capacità e dai loro desideri, accettando di combattere pregiudizi, resistenze, paure, insieme creano opportunità di lavoro reali, dimostrando che anche nelle situazioni più oscure, può esserci ricchezza. La pazienza, l'attesa e soprattutto la resilienza sono gli ingredienti della loro storia ricca di incontri, esperienze, fallimenti e successi, raccontata da uno dei protagonisti, Suleman Diara

 

Segui anche il canale Youtube di Barikamà dove sono raccolte una serie di interviste brevi che raccontano le storie dei vari soci della coop!

Nella notte tra il 6 e il 7 gennaio del 2010 due uomini sparano con un fucile ad aria compressa a tre migranti, ferendone uno in modo grave. Da lì, c'è stata una manifestazione contro il razzismo e lo sfruttamento, ma il giorno dopo è arrivata la polizia e ci ha detto che dovevamo andarcene da Rosarno, altrimenti ci avrebbero ammazzato”, inizia così il racconto di Suleman.

Quei giorni di disperazione sono oramai lontani per lui e i suoi compagni, a vederli oggi ‘creare’ con le loro mani lo yogurt Barikamà che rappresenta il simbolo del loro riscatto

A Roma, senza permesso di soggiorno, Suleman, con centinaia di altre persone ha dormito per settimane alla stazione Termini. Poi, con l’aiuto di Giuseppe Pugliese della Coop. Mani e Terra, riesce ad entrare in contatto con gli attivisti della ex-Snia, dove trova accoglienza. Studia italiano e riesce ad ottenere un permesso di soggiorno per protezione umanitaria, della durata di un anno rinnovabile.

In Africa tutti coltivavano la terra e alcuni già producevano yogurt. Da questo retaggio è nata l’idea di produrlo anche a Roma. “Ho detto a un'amica che frequentava l’Ex-Snia di voler provare a fare lo yogurt a Roma. Pensavo fosse sufficiente lasciare il latte a fermentare … grazie a lei, ho scoperto che bisognava aggiungere i fermenti lattici.”

Arrivano i primi contatti con i mercati terra/terra e i Gruppi di Acquisto Solidale, riescono così a farsi conoscere e a fare le prime consegne dei prodotti nei barattoli di vetro, proprio perché sanno cosa vuol dire rispettare la terra e utilizzare metodi sostenibili. Il latte biologico e pastorizzato per lo yogurt e i formaggi arriva dal Casale di Nibbi, nella zona di Amatrice.

All’inizio riuscivamo a produrre 15 litri a settimana. Ora siamo su una media di 200. Nel 2014 partecipiamo a un bando della Regione Lazio per startup e riusciamo a vincerlo. Ci chiedevano un fondo di 24 mila euro per l’acquisto delle attrezzature per trasportare i prodotti che conserviamo in un deposito al Pigneto, dove parcheggiamo mezzi elettrici e bici. Abbiamo chiesto aiuto ai GAS e, grazie alla loro rete solidale, siamo riusciti ad ottenere un anticipo di 25 mila euro. Così nasce la nostra cooperativa”.  

Ma oltre a dare lavoro e reddito, il progetto di Barikamà ha un risvolto sociale, di integrazione e condivisione, che è quello a cui Suleman e suoi compagni tengono di più e che ha cambiato la loro vita. “Io non sono mai andato a scuola. Grazie a questo progetto riesco a raccontare chi sono. Per noi l’integrazione ha inizio nel momento in cui si conosce e si incontra l’altro. La condivisione è nel nostro sangue proprio perché cresciamo in famiglie molto numerose. Abbiamo scelto di collaborare con i ragazzi affetti dalla sindrome di Asperger perché riteniamo che lintegrazione tra i nostri mondi possa essere molto importante per entrambi. Noi ci occupiamo della manodopera e loro del sito e della burocrazia. Ci sosteniamo reciprocamente. Entrambi abbiamo conosciuto l’emarginazione, la discriminazione e il disagio dovuto all’incapacità di comunicare, per motivi diversi, quello che siamo”.

 

Il suo sogno è quello di inserire nel progetto altri ragazzi che cercano di lasciare il lavoro sfruttato in campagna e, in futuro, non esclude di tornare nel suo Paese.

Barikamà ha potuto sopravvivere ed espandersi grazie ad una rete solidale fondata sulla condivisione, lo scambio e la reciprocità. La rete è nata in base alla fiducia di molte persone che hanno creduto in questi ragazzi: da Giuseppe Pugliese di Mani e Terra, a Lorenzo Leonetti del Grandma Bistrot, ai GAS. Tra tutti, c’è però una persona in particolare alla quale Suleman è grato: Ilaria, oggi sua compagna di vita: “non ha mai smesso di credere nel progetto, ci ha sostenuti in tutte le fasi ed è grazie a lei che tutto ha avuto inizio”.

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