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È più intelligente l'uomo o il robot?

Quanto è reale il fantasma della disoccupazione tecnologica a causa dei robot? Quali forme di lavoro moriranno o quali ne nasceranno, e quali invece diverranno un'eredità del passato? E come cambia il significato della stessa parola “lavoro” quando ormai si possono automatizzare incombenze e mansioni un tempo appannaggio solo dell’uomo? Per capire il futuro del lavoro, le domande che tutti ci stiamo ponendo sono fondamentali, ma lo sono di più le risposte e un approccio che tenga conto di un’evoluzione che è già in atto e a cui l’uomo ha già iniziato a prepararsi, a volte senza troppa consapevolezza.
La collaborazione tra le macchine e l’uomo esiste da almeno un quarantennio: le prime svolgevano operazioni che implicavano più forza, mentre l’uomo poteva dedicarsi a quelle che richiedevano più intelligenza ed esperienza. Lo schema, negli ultimi anni, è un pò cambiato: l’automazione è sempre più intelligente ed è per questo che l’uomo deve mettere in atto nuove capacità, trasformare le sue competenze, generare una nuova concezione del lavoro. Perché non vogliamo scoprire che quello più intelligente, alla fine, è il robot.

Rischi e opportunità

All’inizio di settembre, nel consueto appuntamento del Forum Ambrosetti a Cernobbio, ci si è cimentati nell’ennesima stima sull’impatto dell’automazione sull’occupazione: 3,2 milioni di persone a rischio di perdere il lavoro nei prossimi 15 anni. Non solo. Dalle previsioni elaborate dal think tank Bruegel, su dati dell’ILO e dell’EU Labour Force Survey di Eurostat, i cambiamenti tecnologici renderanno vulnerabili i vecchi lavori, soprattutto in relazione all’area geografica. Laddove, infatti, le professioni si sono più evolute, la tecnologia sarà meno impattante. Secondo questi dati, l’Italia, al pari della Spagna, della Grecia e della Polonia, corre il rischio di perdere almeno il 55% dei posti di lavoro; mentre Francia, Gran Bretagna e Svezia riusciranno a contenere l’impatto con una percentuale di rischio attorno al 50%.
Come riconoscono gli stessi imprenditori presenti al tradizionale evento organizzato dal think-tank Ambrosetti, l’intelligenza artificiale, così come l’automazione del lavoro, produrrà benefici, anzi ne sta già producendo: dalle implicazioni nel settore dell’intrattenimento e della domotica, rispetto all’AI e all’Internet of Things, all’area più commerciale. IBM, Amazon, la catena di market online Ocado, il colosso giapponese delle telecomunicazioni Softbank, utilizzano soluzioni AI per le loro attività retail.
L’International Data Corporation, uno dei data provider più attendibili per i dati di mercato, ha stimato, in relazione all’uso dell’AI nella customer relationship management, che all’aumento degli introiti per le aziende seguirà anche la crescita dei posti di lavoro: oltre 2 milioni di nuove posizioni.
Anche per altri esperti, se le macchine e l’uomo integrano le propri capacità, lavorando insieme, aumentano le opportunità, come hanno dimostrato gli ultimi duecento anni di storia: “quando una macchina rimpiazza un umano, il risultato, paradossalmente, è una crescita più rapida e, col tempo, un aumento dell’occupazione”. E alle attività nel settore retail, occorre affiancare anche le opportunità nell’IoT. Secondo gli analisti di Accenture, si prevede un forte incremento degli investimenti nel settore dell’Internet of Things (IoT) e la conseguente creazione di una rete di posti di lavoro: perché ci sarà necessità di accrescere le competenze attuali, consentendo ai lavoratori più maturi di eseguire compiti più sofisticati. Immaginate gli addetti al monitoraggio e alla trivellazione di un pozzo petrolifero, o ancora di un centro di stoccaggio e trasformazione dei rifiuti: con l’IoT potranno gestire i macchinari da remoto e concentrarsi su altre attività, come collaborare con altre figure, ingegneri e analisti dei dati, migliorare la precisione e la produttività delle operazioni, specializzarsi sulla valorizzazione dei dati. In altre parole lavoreranno su nuovi aspetti del proprio lavoro, apprendendo e applicando nello stesso contesto quanto elaborato e sviluppato grazie all’IoT.

Pronti per l’intelligenza artificiale?

La ricerca del Digital Transformation Institute di Capgemini ha raccolto le opinioni e le testimonianze di manager, vice presidenti e titolari di un migliaio di imprese e startup, con ricavi superiori ai 500mila dollari coinvolte in iniziative e progetti legati all’intelligenza artificiale o all’IoT come progetti pilota. Tra queste, 2 aziende su 5 stanno implementando progetti su ampia scala e il nostro paese si posiziona al terzo posto tra i paesi analizzati. Ebbene i manager intervistati (da nove paesi, tra cui l’Italia) hanno confermato per oltre l’80% che dall’automazione e dall’AI si stanno generando nuovi posizioni lavorative in azienda. E L’Italia, assieme alla Spagna, è il paese con il più alto numero di nuove occupazioni. Per oltre metà degli intervistati italiani, i nuovi posti di lavoro riguarderanno ruoli di livello manageriale o superiore non mettendo a rischio neanche i posti di lavoro esistenti, a livello più basso.

Scongiurando, almeno sulla carta, il rischio del taglio sostanziale del numero di addetti correlati all’adozione dell’automazione intelligente. Non solo: per 3 imprese su 4, l’AI aumenta del 10% le vendite di nuovi prodotti o servizi; e per il 75% del campione, migliora l’engagement e la customer satisfaction del 10%. “Turning AI into concrete value: the successful implementers toolkit” – questo il nome dell’indagine di Capgemini – restituisce un quadro luci e ombre e mette in guardia non solo le organizzazione aziendali contattate: l’intelligenza artificiale è vista sì, come un’opportunità di crescita, ma sconta ancora le paure del sistema. Le principali cause che frenano l’adozione dell’automazione intelligente sono dovute alle preoccupazioni sulla sicurezza e la privacy dei dati; ai timori dei lavoratori sul possibile impatto dell’AI sulla perdita dei posti di lavoro ma anche alla mancanza di competenze interne, alla resistenza al cambiamento e alla percezione che la capacità decisionale umana sia superiore a quella delle macchine.

Cosa serve quindi, oltre gli investimenti?

Vincere la sfiducia anche dei propri dipendenti, farli crescere con una formazione apposita, sviluppando competenze e nuove abilità che, inevitabilmente, confermeranno loro che l’uomo può essere più intelligente del robot. Una sfida, quella di trasformare la paura in curiosità, che ha già condotto alcuni imprenditori, tra cui la Bonfiglioli di Bologna, a proporre ai dipendenti un training specifico su programmi che riguardano la trasformazione digitale, senza che l’azienda stia sviluppando soluzioni relative all’Intelligenza Artificiale. L’obiettivo è quello di creare un clima in cui l’uomo continui a sentirsi protagonista del lavoro e delle competenze che insegna e trasmette alle macchine intelligenti.

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