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Ex Fadda, l'incubatore di comunità che rigenera la Puglia

Uno stabilimento enologico in disuso nella provincia di Brindisi, a San Vito dei Normanni, appartenuto alla famiglia Dentice di Frasso, un personaggio carismatico, l’Ammiraglio Renato Fadda, ultimo gestore della struttura, e un giovane innovatore, Roberto Covolo, che di quel luogo sa vedere il potenziale nascosto tra i calcinacci e la polvere. La storia di Covolo e della sua impresa è un’altra testimonianza di rigenerazione urbana e innovazione sociale che parte da Sud. Si chiama “Ex Fadda”, oggi, è uno spazio polifunzionale che ospita diverse organizzazioni e attività cha vanno dalla ristorazione all’agroalimentare fino alle iniziative culturali, coinvolgendo anche giovani e disabili. Nel suo nome sono racchiusi il legame con quello che è stato di quest’edificio e la memoria dell’Ammiraglio Fadda, grande sostenitore dell’esperienza di riqualificazione portata avanti da Covolo e da chi, con lui, ha creduto nel progetto. Ex Fadda, in Puglia, ormai è sinonimo di sviluppo locale e rinascita del territorio. Di come si è sviluppato e come funziona questo “incubatore di comunità” ce ne parla Roberto Covolo in questa intervista.

Come inizia il percorso di “Ex Fadda”?

Questo progetto nasce nel 2011 grazie al programma per le politiche giovanili “Bollenti Spiriti” della Regione Puglia, che ha previsto, tra le sue misure, un’azione massiccia di riqualificazione urbana attraverso la trasformazione di una serie di immobili dismessi, di proprietà pubblica, in spazi per l’attivazione giovanile. Tra questi immobili c’era l’ex stabilimento enologico “Dentice di Frasso” a San Vito dei Normanni. Questo è stato l’abbrivio dell’esperienza che ha permesso al Comune di candidare un progetto e ad un gruppo di realtà del territorio di candidarsi a gestirlo. Il nostro lavoro, soprattutto nei primi due anni, è stato legato alla rifunzionalizzazione dell’edificio attraverso attività di autocostruzione con i soggetti stessi che abbiamo coinvolto. Gran parte dell’esperienza è nata sotto questa stella, ovvero sull’idea che questo non è uno spazio della fruizione ma è uno spazio della partecipazione attiva fin dalla costruzione delle aree che ospitano i progetti. 

Attorno a quali attività ruota questo progetto?

L’attività principale è quella di restare aperti, come dico sempre, nel senso che cerchiamo di mantenere un profilo di apertura alla comunità, che è la cosa più importante. Per farlo abbiamo una serie di dispositivi attraverso cui riusciamo ad accompagnare le persone che hanno un’idea a trasformala in una progettualità  concreta. Una sorta di incubatore di comunità.

Lo definisci un incubatore di comunità “leggero”. Come funziona e in cosa differisce da altri incubatori?

Noi non insegniamo a fare il business plan e non ci occupiamo del posizionamento sul mercato ma, attraverso la prossimità e l’abbassamento della soglia, quindi mettendo a disposizione le risorse, lo spazio e le reti, permettiamo alle persone di cominciare. In quel cominciare, in quel primo “giro di giostra”, secondo noi c’è una chiave di lettura anche rispetto ai processi di attivazione imprenditoriale. Insomma, l’Ex Fadda è un contesto dov’è più facile iniziare, perché al suo interno operano figure che aiutano a farlo.

Quante persone lavorano all’interno della vostra realtà attualmente?

Il valore è redistribuito su settanta persone fisse, a queste si aggiunge un indotto di altre figure che lavorano solo su alcuni progetti.

Quali e quante organizzazioni fanno parte di Ex Fadda?

Sono circa trenta le organizzazioni attive all’interno dello spazio o del network. Si tratta di associazioni, cooperative, gruppi informali, collettivi di partite Iva. Tra i progetti che seguiamo ci sono poi quelli che si realizzano fuori dal nostro stabilimento.

Che tipo di imprese avete visto nascere all’interno di questo spazio condiviso?

Soprattutto attività culturali. Ma seguiamo direttamente anche un’attività di ristorazione basata sul principio dell’inserimento lavorativo di persone con disabilità e un’azienda agricola, “XFarm”, nata dal riutilizzo di terreni confiscati alla criminalità. Il network è molto ampio e riguarda, in generale, lo sviluppo locale. Quando realizzi un’impresa sociale, non fai qualcosa solo per te stesso, ma la fai anche per il territorio, a prescindere dal settore di riferimento, che sia la musica, la fotografia, l’agricoltura o la ristorazione. Questo è il principio fondamentale.

E i giovani? Che rilevanza hanno nel vostro progetto?

Il tema dei giovani e, in particolare, dei NEET è stato al centro della nostra attenzione sin dal principio. Noi crediamo che un pezzo della questione giovanile e meridionale sia proprio legato al problema dell’assenza di spazi e servizi che possano favorire l’attivazione giovanile. Di conseguenza, questa è una tematica trasversale a tutte le nostre  attività.

Di che entità è stato l’investimento iniziale e come vi finanziate?

Il nostro business plan è basato su tre voci di entrata che riguardano, in primis, i servizi e i prodotti venduti all’interno dello stabilimento, ovvero servizi formativi come quelli offerti dalle scuole e dai laboratori presenti dentro la struttura, ma anche la vendita e la somministrazione attraverso il bar e il ristorante. È una parte commerciale che, però, è attenta a concepire in chiave sociale la propria dimensione di impresa. La seconda fonte di ricavo riguarda i contributi che i gruppi che seguiamo lasciano a Ex Fadda come sostegno ai costi fissi della struttura; questa parte la chiamiamo “economia di comunità”, perché ispirata ad un principio di autodeterminazione del contributo da parte di ciascuno, nel senso che non esiste una tariffa per entrare a far parte di questo network ma ognuno decide se e in che misura contribuire alla nostra economia attraverso una quota fissa o una quota parte dei propri ricavi oppure con uno scambio di servizi. Per quanto riguarda le risorse economiche impiegate, l’investimento è progressivo, tutt’ora Ex Fadda è un cantiere aperto.

Progetti in cantiere e obiettivi futuri?

Abbiamo seguito il Comune di San Vito dei Normanni sui percorsi di rigenerazione urbana in virtù di una legge della Regione che richiede ai comuni di individuare ambiti delle città dove sia possibile intervenire attraverso il recupero dell’esistente per migliorare la qualità delle periferie, dei centri storici degradati e di altre aree urbane. Noi abbiamo affiancato il Comune come consulenti  per la selezione delle aree e per la partecipazione della comunità locale all’individuazione dei progetti. Siamo in attesa di responso e crediamo che questo possa essere un percorso che ci vedrà protagonisti in futuro per la riqualificazione di altre porzioni del territorio. Continueremo, inoltre, a portare avanti lo sviluppo di XFarm, che stiamo seguendo da sei mesi;  è un progetto che avrà molteplici evoluzioni: l’obiettivo non è solo quello di mettere in produzione la terra ma anche immaginare un diverso processo di creazione del valore, valore sociale ed economico, attorno ai prodotti dell’agroalimentare, dalla loro trasformazione alla commercializzazione. Il primo prodotto che abbiamo realizzato, “Manifesto”, è un olio extravergine di oliva che si chiama così perché vogliamo far sì che questa azienda agricola, un tempo intensiva e illegale, possa diventare una realtà ecologicamente orientata e aperta alla comunità: una “azienda-manifesto”.

 

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