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ILO, i trend sul lavoro femminile

L’uguaglianza tra uomini e donne nel lavoro è uno dei fattori chiave per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU per lo sviluppo sostenibile. Combattere la povertà, garantire un lavoro di qualità ed eliminare le disuguaglianze sono infatti fattori strettamente legati alla presenza femminile nel mercato del lavoro.

Con questo presupposto è stata presentata l’analisi “Women at Work: Trends 2016”  dall’ILO (International Labour Organization) che ha studiato l’evoluzione degli ultimi 20 anni – dal 1995 al 2015 – del lavoro femminile a livello globale.

Sono molteplici gli aspetti che l’ILO analizza a livello quantitativo in 178 Paesi, sintetizzabili nei seguenti cinque macro argomenti:

Tasso di occupazione. Nel 2015 il tasso d’occupazione delle donne è stato pari al 46%, 26 punti percentuali in meno rispetto agli uomini. La partecipazione femminile è aumentata negli ultimi venti anni, ma rimane fortemente limitata in alcune aree del mondo come il Sud Est Asiatico o il Medio Oriente.

Tasso di disoccupazione. Il tasso di disoccupazione femminile globale è pari al 6,2% rispetto al 5,5% maschile. Nei paesi non industrializzati questo dato è sicuramente influenzato da una difficoltà iniziale di ingresso nel mondo del lavoro legato a un grado di istruzione più basso, ma non solo. Più della metà delle donne sono lavoratrici dipendenti, questo non costituisce però una garanzia circa la qualità del lavoro svolto. Difatti, in molti Paesi, le donne lavorano per la sussistenza familiare, in proprio o tramite accordi informali. Si tratta nello specifico dell’Africa Subsahariana, dell’America Latina e dell’Asia meridionale, dove l’agricoltura è l’attività in cui si concentra maggiormente la presenza femminile.   

Settori di attività. Ci sono tipologie di attività, dove la presenza delle donne è maggiore; nei paesi più ricchi si tratta del commercio, della sanità e dell’istruzione, mentre in quelli in via di sviluppo rimane ancora l’agricoltura. Spesso tale “segregazione” è frutto di stereotipi culturali, piuttosto che di una vera e propria discriminazione sull’accesso ai sistemi di istruzione. Un esempio in tal senso sono i settori dell’high-tech in netta espansione nell’ultimo ventennio, sebbene la presenza femminile rimanga marginale.

Differenze salariali. Le donne guadagnano il 23% in meno degli uomini a parità di mansioni svolte. Su tale aspetto influisce l’impegno dedicato alle cure familiari particolarmente oneroso per le donne, insieme al divario educativo presente principalmente nei paesi in via di sviluppo.

Non da ultimo, l’ILO ha analizzato le misure di protezione sociale rivolte alle donne. Per circa 100 paesi sono stati forniti  nuovi dati sulle ore di lavoro retribuite e non retribuite e sull’accesso alle prestazioni previdenziali. Le ore non retribuite - legate alle cure familiari o a forme di lavoro non formalizzate – portano a una mancata copertura previdenziale nel lungo periodo. Per quanto riguarda la protezione della maternità, solamente il 60% delle donne ne ha diritto.

È stimato che mancano 70 anni per arrivare a una reale parità di genere nel mondo del lavoro. Quali sono le raccomandazione dell’ILO per raggiungere questo obiettivo?

L’uguaglianza nel lavoro parte già nell’ambiente domestico. Il fattore culturale è importante per la strutturazione di politiche integrate mirate a superare sia gli stereotipi, che il gender gap retributivo. Sul primo punto la trasformazione deve iniziare dal sistema di istruzione che deve incoraggiare le donne a intraprendere studi nel settore tecnico-scientifico. L’equità delle retribuzioni deve essere sicuramente stabilita a livello normativo, ma l’ILO ricorda come siano ugualmente utili delle politiche retributive aziendali incentrate sulla trasparenza e il supporto alla diffusione della contrattazione collettiva.

Un focus dello studio ILO è dedicato all’Italia e alle misure introdotte negli ultimi anni per favorire la parità di genere e la conciliazione dei tempi di vita e lavoro. Le nuove leggi del nostro ordinamento hanno previsto delle clausole per promuovere una migliore rappresentanza delle donne nelle liste elettorali; un programma di formazione sulla diversità e la non discriminazione; incentivi finanziari per l’introduzione del telelavoro e un investimento di € 100 milioni per la creazione di servizi per l'infanzia.

Il Jobs Act è intervenuto a sostegno della genitorialità assicurando il congedo di maternità per le lavoratrici iscritte alla gestione separata - anche quando i datori di lavoro non hanno versato i contributi – l’estensione del congedo parentale, in particolare di quello destinato ai padri, potrà giungere fino a 15 giorni grazie alle disposizioni dell’ultima Legge di Stabilità.

L’ILO si sofferma anche sul contrasto alle dimissioni in bianco, prassi che penalizza in particolare le donne, grazie all’introduzione della nuova procedura telematica che permette una maggiore sicurezza sulle modalità di recesso dal rapporto di lavoro.

Tra le best practices è infine segnalato un caso proveniente dal Terzo Settore: quello del Consorzio PAN che riunisce tre grandi consorzi di imprese sociali e un istituto bancario con l'obiettivo di creare e rafforzare servizi per l'infanzia di qualità, a prezzi etici e sostenibili. La qualità dei servizi è assicurata da specialisti del settore e da un comitato scientifico appositamente nominato, nonché da un vero e proprio marchio di qualità registrato dall'Unione Europea. L'approccio cooperativo interessa sia il coinvolgimento delle famiglie (i genitori possono diventare soci della cooperativa), sia la finalità mutualistica di avvicinare bambini provenienti da famiglie meno abbienti.

Nei 10 anni di attività sono stati affiliati all’iniziativa più di 460 asili per 13.000 posti. Nonostante la crisi economica degli ultimi anni, il Consorzio PAN ha creato più di 3.000 posti di lavoro.

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