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Job4Good: quando la tecnologia aiuta

“La disabilità non è un limite della persona ma il limite del luogo, delle possibilità e delle competenze inespresse dell’individuo a causa delle barriere culturali”. Sembrano le parole di Papa Francesco, non è vero? Invece è il pensiero di Luca Spaziani, giornalista non vedente, autore di “DigitAbili”, una grande occasione di riflessione, oltre che un libro, sulle opportunità offerte dall’innovazione tecnologica per superare gli ostacoli, non solo quelli che incontrano le persone con handicap.
Luca è convinto, infatti, che la tecnologia può davvero aiutare le persone, a maggior ragione chi è diversamente abile: l’importante è che sia un ausilio, un supporto concreto e non un “gioco”.
Facciamo un esempio: se sono non vedente e ho tra le mani un iPhone, riuscirò ad utilizzarlo senza dover ricorrere a supporti tecnologici cosiddetti “assistivi” come uno screen reader, ovvero un lettore che traduca vocalmente quanto compare sullo schermo? 
Le tecnologie veramente innovative – sostiene Spaziani – devono aiutare tutti, i diversamente abili tra gli altri, a vivere una vita piena dal punto di vista economico, sociale, culturale e politico. Come e in quali condizioni? Quando esse si traducono in motivo di inclusione e si trasformano in un insieme di soluzioni dotato di diversità.
A tal fine, la conditio sine qua non è che la tecnologia sia frutto di un’azione di innovazione sociale che standardizzi i processi, rendendoli inclusivi per ogni tipo di abilità fisica. Proprio perché – aggiunge Luca De Biase, giornalista e prefatore del libro di Spaziani – l’attenzione alle diversità declinata all’interno di un modello di business tecnologico “contribuisce alla creatività umana, di cui c’è necessità non solo per risolvere i problemi di alcuni ma per cambiare il modo di guardare ai problemi di tutti”.

Il tema dell’innovazione a scopo sociale è entrato a far parte a pieno titolo del modello d’impresa. Tanto da aver spinto il legislatore a definirne le caratteristiche sulla base delle sorelle maggiori, le startup.
Le startup innovative a vocazione sociale sono infatti considerate diverse dalle startup “normali”, come già spiegava nel 2012 il rapporto per il Ministero dello Sviluppo Economico “Restart, Italia”.
Le startup a vocazione sociale offrono alla comunità un contributo particolarmente importante: rispondono ai bisogni dei cittadini a cui lo Stato non può far fronte, abbattono le barriere culturali, facilitano la nascita di nuove competenze, permettono l’inserimento lavorativo di persone con disabilità e generano comunità coese e inclusive.
Nello stesso alveo di valori e di prospettive, scorre anche il lavoro delle imprese sociali e del no-profit: anche loro operano, spesso, in un contesto tecnologico e con finalità analoghe. Job4Good, è la sintesi tra i due ecosistemi, un po’ startup innovativa e un po’ impresa sociale; è una piattaforma digitale in grado di favorire l’inserimento lavorativo di chi vuole operare nel settore del no-profit. Job4Good opera su un sito che favorisce l’incontro tra organizzazioni, imprese no-profit e candidati. Ne parliamo con i fondatori Diego Maria Ierna e Luca Di Francesco, per capire quanta vocazione sociale c’è nei loro obiettivi d’impresa.

Diego, Luca: perché una piattaforma digitale come Job4Good?

“Perché volevamo creare un sistema non convenzionale a favore di chi già opera come azienda a vocazione sociale e chi intende lavorarci: un luogo di incontro innovativo, basato su alcuni filtri, tra cui la geo-localizzazione, con cui le aziende possano trovare i candidati più adatti e questi possono rispondere ai job ads”.

Una sorta di anello di congiunzione tra la tecnologia e il sociale?

“Job4Good è esattamente un ponte e un’agorà per creare il match tra aziende sociali, ONG e professionisti, il cui progetto ha preso vita diciotto mesi fa, nel 2016. Sia io, Diego, che Luca, siamo entrambe specializzati nel no-profit e, prima del lancio della piattaforma, tutti e due lavoravamo nell’ambito, io in Inghilterra e Luca in Irlanda. Avevamo compreso che il settore aveva bisogno di guadagnare una visibilità e quindi un riconoscimento più adeguato: persino nel Regno Unito, chi vuole lavorare nel no-profit – notammo – deve affidarsi al passaparola perché le vacancy non sono debitamente segnalate e questo consente – in Italia soprattutto – di mantenere una certa ambiguità tra il volontariato e l’attività professionale. Con il rischio di non ricevere alcun compenso.
Una dispersione di tempo, di risorse e soprattutto di innovazione sociale”.

Che cosa è successo dal momento dell’avvio della piattaforma?

“Le organizzazioni e le aziende no-profit, come Amnesty, Oxfam ed altre, hanno iniziato a iscriversi e i candidati a fare altrettanto, andando a depositare i propri curricula nel database di Job4Good: sono emerse competenze e professionalità. Abbiamo sfatato il falso mito che il lavoro nel terzo settore è solo volontariato. Fight the Stroke ha fatto recruiting attraverso il nostro portale. Ed è un’occasione preziosa per noi, perché Fight the Stroke è un’associazione di promozione sociale che con l'aiuto di Microsoft e della tecnologia dei videogiochi Kinect, ha creato Mirrorable, una piattaforma digitale per la riabilitazione a distanza dei bambini colpiti da ictus prenatale. La nostra piattaforma può assomigliare ad un LinkedIn del no-profit ma non è il nostro obiettivo”.

Cosa rappresenta secondo voi il terzo settore, in questo momento storico?

“Job4Good non opera sulla disabilità ma crea le condizioni affinché si possa lavorare sulla ricchezza della diversità e della disabilità con una professionalità riconosciuta. In questo senso, la riforma del terzo settore, fatta dal governo uscente, riesce ad inquadrare la dimensione dell’impresa sociale e questo significa che sia associazioni, sia cooperative che imprese costituite come srl o spa, possono finalmente far parte di un comune ecosistema che pone il focus sull’impatto sociale e sull’innovazione.
Inoltre, questa legge migliora molti aspetti: l’accesso al credito, potendo sfruttare nuove forme di agevolazione e il finanziamento in modalità crowdfunding, oltre a detrazioni per chi investe in imprese sociali ed altri incentivi. Questi sforzi fanno ben auspicare per una crescita nell’ambito del nuovo scenario del terzo settore e del suo universo, di certo le basi ci sono.
Le sfide però sono ancora tante ed è prematuro esporsi sugli effetti.
Ciò che noi osserviamo con particolare interesse è tutta la fase di startup nell’ambito dell’impresa sociale, che per la sua peculiare caratteristica opera in ambiti dove i margini di profitto vengono ridotti proprio per poter rendere più accessibile il bene o servizio prodotto dall’impresa verso i beneficiari”.

L’impresa sociale e le startup innovative, di cosa hanno bisogno, per far sì che la tecnologia sia di aiuto alle persone? 

“La risposta riguarda l’intero sistema, tutta la società. Oggi la politica e le istituzioni si trovano davanti ad una grande sfida: traghettare certi settori dell’economia verso la crescita e l’incentivo alla creazione di imprese sociali. Questo proceso deve essere supportato (non solo in fase di startup) da istituti competenti, preposti all’accompagnamento di giovani realtà che partono dal basso e che sviluppano beni o servizi, soprattutto tecnologici: perché possono migliorare la vita delle persone, tutte, non solo quelle con disabilità. Questo significa abbattere le barriere culturali”. 

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