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Chiara Bargellesi: come conquistare le Nazioni Unite a diciassette anni

Dalla provincia di Treviso a Boston. Il percorso di Chiara Bargellesi, la liceale italiana che ha ricevuto per la prima volta la menzione d’onore all’Harvard Model United Nations, è il frutto di determinazione, impegno e un pizzico di incoscienza che spinge a lanciarsi nei cambiamenti.

L’ultimo anno di Chiara non è stato, infatti, quello della maggior parte delle diciasettenni. Una scuola statunitense, la partecipazione al gotha delle grandi potenzi mondiali, l’esperienza all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Partiamo però dalla fine.

Ogni anno più di 3.000 ragazzi da tutto il mondo si incontrano per una simulazione di quelli che sono i rapporti diplomatici che si svolgono quotidianamente nel Palazzo di Vetro newyorkese. Chiara ha avuto il compito di rappresentare il Vietnam all’interno della Commissione Speciale sulla Riforma dell’ONU e sull’Innovazione. Si è trattato di un banco di prova impegnativo per misurare le sue capacità dialettiche e di negoziazione; una prova che è stata però brillantemente superata essendo la prima italiana a ricevere un tale riconoscimento.

Il suo successo non nasce casualmente. Chiara aveva già partecipato la scorsa estate al G7 dei giovani, l’iniziativa realizzata dal MIUR per portare all’interno del summit il punto di vista delle nuove generazioni. La vittoria in questa manifestazione l’ha portata così a Boston, dove si è tenuto l’Harvard Model United Nations .

 “L’idea di partecipare a YounG7 – racconta Chiara - è partita da un’iniziativa scolastica. La mia scuola (il Liceo Primo Levi di Montebelluna ndr) ha ricevuto un invito a questa simulazione che si sarebbe tenuta nella bella cornice di Catania. Quando ho sentito parlare di questo progetto mi sono interessata fin da subito, avendo partecipato a Marzo 2017 ad un model delle Nazioni Unite a New York e avendo adorato l’esperienza. Ho fatto le selezioni per l’istituto e dopo essere passata tra i primi quattro, mi sono impegnata insieme ai miei tre colleghi e ai rappresentanti d’istituto a scrivere l’istanza di partecipazione. Qualche settimana dopo abbiamo scoperto di essere stati selezionati tra i 32 istituti italiani, con immensa gioia ed eccitazione”. 

Il gruppo scelto ha dovuto affrontare un tema centrale per le future generazioni: come coniugare l’innovazione con un modello di crescita inclusiva. “Abbiamo rappresentato il Giappone – ci spiega Chiara - e di conseguenza agito secondo le policy e gli ideali dello stesso e non dell’Italia, ma abbiamo comunque proposto diversi punti volti ad un’innovazione e crescita dell’inclusione sociale, trattando per l’appunto il tema dell’immigrazione in commissione. Le proposte includevano un processo di integrazione degli immigrati e delle culture differenti sin dalle scuole primarie elementari attraverso attività di espressione personale e una revisione delle policy per l’ottenimento di visti e permessi di soggiorno all’interno delle potenze che fanno parte del G7”.

Dopo averci parlato del suo primo banco di prova con la geopolitica, abbiamo chiesto a Chiara quali siano stati i suoi punti di forza durante Harvard Model United Nations. “Indubbiamente un buon livello di inglese, fondamentale per riuscire a comunicare in poche parole e a recepire ed elaborare i messaggi trasmessi dagli altri delegati, e una vasta preparazione in geopolitica, politiche internazionali e storia, tutti elementi che fungono da mezzi per i lavori di simulazione delle Nazioni Unite”.
Lo studio però non è tutto, Chiara pone l’accento sulle competenze relazionali che l’hanno contraddistinta in questa esperienza. “Ciò che ha fatto la differenza e mi ha probabilmente permesso di conseguire la menzione d’onore sono proprio quelle competenze che in quelle circostanze si chiamano “diplomazia”. Ho lavorato in gruppo sin dall’inizio, mi sono sempre assicurata di essere rispettosa nei confronti di tutti, di ascoltare le idee e di non impormi in maniera tirannica; il mio scopo non era vincere o mettermi in mostra, ma riuscire a presentare una soluzione concreta prodotta dal gruppo. Mi sono inoltre concentrata nel trasmettere le mie proposte e nell’ottenere dei feedback, rimanendo aperta a suggerimenti che mi hanno permesso di migliorare e integrare il tutto nella risoluzione finale della commissione di lavoro”. Chiara spiega le difficoltà che ha incontrato nel gestire i rapporti “diplomatici” con ragazzi di altri Paesi: “Il confronto è sempre difficile, in occasioni come i model incontri il meglio del meglio di innumerevoli paesi e scopri quali sono i tuoi punti deboli e come poterli colmare, ogni Stato tende ad avere un proprio punto di forza e una spiccata capacità nel valorizzarlo. Mi sono appuntata diversi approcci vincenti che non avevo mai considerato, mi sono sempre soffermata molto sulla sostanza e meno sulla forma”.

 “Ogni occasione – continua Chiara - che mi permette di entrare in contatto con culture e costumi differenti è unica e incisiva”. Un’occasione, quella conclusa, utile anche per confrontare il modello scolastico italiano con quelli stranieri: “Sicuramente non esiste quello perfetto ma ci sono diversi elementi che il sistema italiano potrebbe implementare. Una più diretta e umana comunicazione docente-studente con il conseguente abbattimento del “muro” che si crea tra le due parti nella maggior parte delle classi italiane, l’implementazione della tecnologia come i cellulari a favore dell’educazione (noi giovani li abbiamo in mano continuamente, perché non insegnarci come usarli in modo intelligente?), un maggiore focus sul funzionamento del nostro governo in ogni istituto/liceo per creare cittadini attivi, sport e club scolastici pomeridiani... sono innumerevoli gli spunti che si potrebbero prendere”.

Chiara sta ora frequentando il penultimo anno delle superiori negli Stati Uniti. “La volontà di studiare all’estero nasce inizialmente da un interesse per la lingua inglese e in seguito, negli ultimi anni, dal voler il confronto per potermi migliorare a 360 gradi. Come ho detto prima, ogni Stato ha i suoi punti di forza e qualcosa da insegnare, studiare in un ambiente diverso mi ha fatta crescere e mi ha permesso di sviluppare dei filtri e delle accortezze che precedentemente non avevo. Questa idea si è concretizzata grazie ai miei genitori che mi hanno sempre supportata in questo percorso, credendo nel potenziale di questa opportunità”. Ai suoi coetanei che stanno pensando di intraprendere lo stesso tipo di esperienza Chiara consiglia di rischiare e non aver paura “Studiare in un paese differente insegna molto più della lingua e della cultura: infonde capacità di adattamento, indipendenza, organizzazione e apertura mentale. Permette di creare legami unici con persone che arricchiscono e insegnano tutto ciò che nei libri non si trova. Ci tengo anche a dire che non è fatto per essere sempre perfetto e facile. Sono proprio i momenti difficili a fare la differenza e a definire chi si è e chi si diventerà alla fine dell’esperienza”. 

Tirando le somme dell’ultimo anno, Chiara riflette su cosa le ha lasciato: “Ho imparato a puntare più in alto, a lavorare sodo e a non accettare un “non è possibile” come risposta. Ho imparato a non accontentarmi e ad essere più organizzata e metodica”. E per il futuro? “La scelta più imminente riguarda l’Università, non ho ancora deciso che corso voglio frequentare, ma questo ultimo anno mi ha sicuramente indirizzata e dato delle dritte su chi sono e chi voglio essere. Il percorso intrapreso mi ha inoltre aperto diverse porte, farò infatti richiesta di ammissione a molte Università internazionali, poi si vedrà…”. Non possiamo che aggiungere in bocca al lupo!

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