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Open data: l'Italia fa tendenza

In tema di open data l’Italia è tra i Paesi trendsetter e si posiziona al quarto posto nella classifica europea per la sua capacità di valorizzarli. Ciò è quanto emerge dall’Open data maturity report 2018 che ha analizzato le politiche attuate dagli Stati membri, i portali nazionali di riferimento, la qualità dei dati esposti, il loro impatto sul piano politico, sociale, ambientale ed economico.

Prima di analizzare le ragioni di questo successo, bisogna sottolineare come i dati siano diventati, nel mondo di oggi, un fattore chiave per l'innovazione e la conoscenza. Parliamo, in particolare, del patrimonio informativo delle Pubbliche Amministrazioni, messo a disposizione di tutti cittadini. Il passaggio all’Open Government, basato proprio sull’utilizzo delle tecnologie abilitanti che permettono un’ampia accessibilità, promuove la loro partecipazione attiva – anche tramite il cd. watchdog della società civile – e, al contempo, un cambiamento nella strutturazione delle politiche secondo un approccio data driven. La disponibilità di diverse tipologie di dati permette, infatti, di prendere decisioni in un modo più veloce ed efficiente.

L’anno di svolta per l’Italia può essere considerato il 2012 quando viene stabilito nel Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD) come “i dati e i documenti che le amministrazioni titolari pubblicano, senza l’espressa adozione di una licenza, si intendono rilasciati come dati di tipo aperto”. Gli open data diventano un principio generale che per trasformarsi in “pratica” passa per diversi stati di attuazione. Anche il contesto europeo è un forte input: nel 2013 viene adottata la direttiva Public Sector Information (PSI) che prevede, tra l’altro, un monitoraggio periodico degli obiettivi raggiunti dai diversi Stati.

Tornando all’Italia, l’ultimo passo è il Piano Triennale per l’informatica nella Pubblica Amministrazione (2017-2019) e le relative Linee guida nazionali per la valorizzazione del patrimonio informativo pubblico, elaborate dall’AGID. Si pone così l’attenzione alle infrastrutture immateriali e alle basi di dati, stabilendo quattro linee di intervento: individuare le basi di dati di interesse nazionale  affidabili ed essenziali per un elevato numero di procedimenti amministrativi; rilasciare i dati pubblici secondo il paradigma dell’open Data e gestire il loro riutilizzo; la definizione di vocabolari controllati e modelli; la creazione del Data & Analytics Framework.

Questi interventi hanno permesso di stabilire un processo di uniformazione dei dati pubblici che passa anche dalla definizione di modelli condivisi a livello nazionale. Un processo che, attraverso una cornice condivisa di principi e standard tecnici, garantisce la qualità di quanto pubblicato.

Cosa ha fatto davvero la differenza per il nostro Paese è stata la neonata cultura sul tema. Il report citato ha evidenziato come abbiano partecipato ai webinar dell’AGID oltre 2.500 persone e alcuni Comuni hanno lanciato delle proprie iniziative di formazione a distanza, come ad esempio a Milano e Genova.

Uno dei frutti delle attività di sensibilizzazione e addestramento è il portale www.dati.gov.it. Sono quattordici le categorie qui proposte, raccogliendo le informazioni di diverse Amministrazione tra cui anche quelle locali. È possibile accedere a dati relativi all’istruzione, ai trasporti o alla società e all’ambiente.

Anche il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha una proprio sito che mette a disposizione di tutti il suo patrimonio informativo. Per conoscerlo clicca qui.

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