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Professioni e indirizzi di studio più richiesti

Conoscere le figure professionali che saranno richieste dalle aziende nei prossimi anni consente non solo di capire eventuali squilibri tra domanda e offerta di lavoro, ma anche di compiere scelte più consapevoli dell’indirizzo di studio orientandosi verso una professione in linea con le proprie competenze ma anche con le richieste del mercato.

Un’accurata attività di ricerca del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere permette di individuare le tendenze di medio-lungo periodo della domanda di lavoro in Italia. Il modello di analisi fa una previsione dell’evoluzione della domanda di lavoro dal 2013 al 2017, suddivisa per settore economico, professione e indirizzo di studio.

Dai risultati delle analisi emerge che le nuove opportunità in entrata nel mercato del lavoro per il quinquennio 2013-2017 presentano un costante e progressivo aumento per due ragioni: da un lato, per un miglioramento della dinamica dell’occupazione complessiva, dall’altro, per un ricambio della popolazione lavorativa a causa della sostituzione dei lavoratori in uscita (per pensionamento, mortalità, o qualunque altra causa di abbandono dell’impiego).

Prima di entrare nello specifico delle analisi, si possono sintetizzare i dati più significativi che sono emersi. Sul fronte dei settori,
le professioni che saranno più richieste nei prossimi 5 anni riguardano esercizi commerciali (settore alberghiero e ristorazione), servizi sociali, sanitari, culturali. I servizi mostreranno una progressiva crescita a dispetto di un forte calo di richiesta nell’industria.

In generale, le entrate richieste dal mercato del lavoro, anche se solo in chiave sostitutiva, si orienteranno verso un miglioramento qualitativo della domanda di lavoro, con una crescita delle professioni high skill e, quindi, anche dei corrispondenti titoli di studio associati, con una richiesta di professioni più specializzate.

Questo tenderà a privilegiare i laureati rispetto ai diplomati, con una crescita rilevante della domanda di laureati nelle discipline umanistiche (con professioni trasversali a molti settori) a fronte di una crescita decisamente più attenuata per i laureati nelle discipline tecnico-scientifiche. Un dato che smentisce le consuete analisi di mercato.

Alcuni settori registrano una previsione di crescita in termini di ingresso di nuovi lavoratori. E’ il caso dei servizi che mostrano entrate decisamente più consistenti rispetto all’industria.

Nei servizi, i dati più significativi si avranno nel turismo e ristorazione (+53.000) nella sanità (+49.200) e nell’istruzione (+42.400).

L’incremento della domanda di lavoro in ambito sanitario e di assistenza sociale registra un +3,1%. Il settore turistico alberghiero prevede un aumento del 2,3%, seguito da quello dei servizi alla persona e dai servizi finanziari e assicurativi, entrambi attestati intorno al +2%.

I tre settori che invece esprimeranno un fabbisogno medio annuo negativo sono: gomma-plastica e metallurgia, legno e mobile, tessile e abbigliamento. La riduzione dell’occupazione nel settore del legno e del mobile riflette principalmente la lunga recessione del mercato immobiliare. Anche la cosiddetta “industria pesante” e il settore delle costruzioni avranno un fabbisogno quasi prossimo allo zero. Tra i settori industriali che presentano maggiori aumenti dei flussi di entrata si segnalano il settore alimentare (+5.600), metallurgico (+4.500) e tessile (+4.000).

I settori più tradizionali della manifattura italiana (meccanica ed elettronica) mostrano una sostanziale tenuta grazie in particolare alla forte propensione all’export, che consente di compensare la contrazione della domanda interna.
Le professioni che nei prossimi anni saranno più richieste, rappresentando quasi un terzo del totale (32,3%), sono le professioni tipiche degli esercizi commerciali, alberghieri, della ristorazione, dei servizi sociali, sanitari, culturali, di pulizia e alla persona.

Seguono, con una quota più che dimezzata (15,6%), le professioni tecniche nelle varie discipline ingegneristiche, sanitarie, amministrative e dei servizi alla persona.

Di poco inferiore (13,1%) è la quota delle professioni artigiane, agricole e degli operai specializzati nelle diverse tipologie di industrie.

Figurano poi (sempre in ordine decrescente) le professioni non qualificate (nel commercio, nei servizi di pulizia, di manutenzione, in edilizia e in altre attività industriali), con una quota dell’11%.

Chiudono la classificazione tre gruppi di professioni, con consistenza simile: quello degli operai semi-specializzati, conduttori di impianti industriali e mezzi di trasporto (7,3%), quello delle professioni scientifiche (8,2%), comprendente ingegneri, architetti e specialisti nelle varie discipline (da quelle mediche a quelle scientifiche, da quelle biologiche a quelle economiche) e quello delle professioni impiegatizie (9,3%), di cui fanno parte varie categorie, dagli impiegati di segreteria a quelli amministrativi, a quelli che operano su macchine d’ufficio ed elaboratori.

Solo il 3,2% del totale riguarda la richiesta delle professioni dirigenziali sia nel settore provato che in quello pubblico e del tutto irrisoria (0,1%) quella delle professioni tipiche delle Forze Armate.

Le professioni che mostrano maggiore crescita sono quelle “monosettoriali”, ovvero quelle registrate in un unico settore. Tra queste, quelle con maggiore rilievo numerico riguardano l’ambito dell’istruzione, in particolare professori di scuola secondaria, post-secondaria e professioni assimilate e l’ambito sanitario, in particolare i medici. Ciò dimostra la forte richiesta del mercato di avere un adeguato livello di specializzazione: informazione rilevante anche per orientare meglio laureati e diplomati.

 

Entrate annuali.

Valori Assoluti (1)

Entrate totali 2013-2017

2013

2017

Totali

Medie

Compos. %

Dipendenti privati

945.300

1.086.700

5.142.500

1.028.500

77,7

Indipendenti

214.100

282.800

1.257.500

251.500

19,0

Dipendenti pubblici

32.500

60.700

220.900

44.200

3,3

Totale

1.191.900

1.430.100

6.620.800

1.324.200

100,0

Professioni high skill

320.900

450.100

1.942.200

388.400

29,3

Professioni medium skill

496.500

589.800

2.749.300

549.900

41,5

Professioni low skill

374.000

389.400

1.926.700

385.300

29,1

Totale (T1)

1.191.400

1.429.300

6.618.200

1.323.600

100,0

Professioni dirigenziali

38.000

53.500

227.500

45.500

3,4

Professioni scientifiche

97.200

154.600

644.600

128.900

9,7

Professioni tecniche

185.700

242.000

1.070.100

214.000

16,2

Professioni impiegatizie

111.100

140.200

631.400

126.300

9,5

Professioni dei servizi

385.400

449.600

2.117.900

423.600

32,0

Operai specializzati e artigiani

155.700

149.600

762.900

152.600

11,5

Operai semispecializzati

87.400

90.800

456.900

91.400

6,9

Professioni non qualificate

130.900

149.000

706.900

141.400

10,7

Totale (T1)

1.191.400

1.429.300

6.618.200

1.323.600

100,0

Professioni delle FFAA

600

1.000

3.400

700

 

Totale (T)

1.192.000

1.430.300

6.621.600

1.324.300

 


Entrate annuali totali e medie annue per settore, livello e gruppo professionale. Valori assoluti e composizione % - Anni 2013-2017
La scelta del “giusto” percorso di laurea deve saper conciliare le attitudini individuali con le prospettive di  occupabilità una volta completati gli studi.

Per compiere questa scelta, è utile conoscere i dati sui flussi di neolaureati che fanno il loro ingresso nel mercato del lavoro.

In riferimento all’area disciplinare, hanno avuto quote pressoché identiche di ingresso i laureati a indirizzo umanistico (23,1%) ed economico-sociale (23,4%), seguiti da quelli in ingegneria e architettura (17,2%), da quelli a indirizzo medico-sanitario (14,4%), da quelli dell’area scientifica (13%) e da quelli dell’area giuridica (9%); tra i gruppi di corso più numerosi si segnalano economia e statistica (12,1%), ingegneria (11,5%), quello politico sociale (11,3%) e quello delle professioni sanitarie (10,3%).

In generale, la quota più cospicua
è costituita da coloro che già erano occupati al momento della laurea e non hanno cambiato lavoro; secondo AlmaLaurea sono circa il 18% dei laureati totali (e oltre il 38% dei laureati occupati a un anno dal conseguimento del titolo). Quote meno cospicue riguardano i laureati che proseguono gli studi (frequentando master o corsi di dottorato) o sono impegnati in tirocini e praticantato, e i laureati che decidono di restare inattivi, senza compiere alcuna azione di ricerca di un impiego.

Tenendo conto di tutte le componenti di questo scenario (inclusi quelli che entreranno nel mercato del lavoro più tardi) si può stimare che nell’ultimo quinquennio siano effettivamente entrati per la prima volta sul mercato del lavoro poco più di 145 mila neo-laureati all’anno, pari al 73% circa dei laureati (considerando solo la triennale).

Nel quinquennio 2013-2017 le previsione registrano una sostanziale stabilità nel numero medio di entrate annue di laureati. In particolare, il periodo 2013-2017 registra un andamento in crescita e sostenuto per i laureati di tutte le aree disciplinari e tutti i gruppi di corsi: tra le prime, dal +30% dei laureati in ingegneria e architettura al +74% di quelli dell’area umanistica; tra i secondi dal +29% dei laureati in ingegneria al +49% di quelli scienze motorie. Incrementi sostenuti ma inferiori alla media si avranno anche per il laureati delle aree scientifica (+39,3%), medico-sanitaria (+42,5%) ed economico-sociale (+49,1%), mentre una crescita superiore alle media si avrà per i laureati dell’area giuridica (+65,5%).

In un’ottica di valutazione e orientamento alla scelta dei percorsi di studio, è interessante il dato che mostra una forte crescita delle entrate nell’attività lavorativa di laureati nelle discipline umanistiche e una crescita decisamente più attenuata per i laureati nelle discipline tecnico-scientifiche.  Un’inversione di tendenza rispetto alle analisi che solitamente provengono dal mondo del lavoro e della formazione. Uno scenario che riflette l’andamento dei settori economici prima esposto, considerando che i laureati nelle discipline tecnico-scientifiche sono assorbiti soprattutto dal settore industriale e quelli nelle discipline umanistiche principalmente dal settore dei servizi.

Si registrerà in generale un innalzamento qualitativo della forza lavoro e ciò non avverrà per una sovrabbondanza dell’offerta (i flussi in uscita dall’università sono destinati, come si è visto, a una sostanziale stabilità), ma per una dinamica autonoma della domanda funzionale ai processi di riorganizzazione e riconquista di competitività da parte, prima di tutto, del sistema delle imprese.
Con riferimento ai diplomati, si stima che nel 2017 la quota di ingresso nel mercato del lavoro crescerà del 4%. ll loro aumento per il 2017 avverrà grazie alla maggiore crescita dei diplomati in indirizzi più orientati all’inserimento lavorativo una volta conseguito il diploma, come quello di maturità tecnica.

I diplomati con formazione tecnica e professionale hanno sicuramente prospettive di occupazione più favorevoli, con un numero di ingressi nell’attività lavorativa quasi doppio rispetto al numero dei nuovi diplomati in ingresso sul mercato del lavoro.

Da rilevare la scarsa dinamicità delle entrate di diplomati degli indirizzi più “tradizionali” e più rivolti alle attività industriali, quelli cioè con formazione tecnica e professionale (agraria, industria e artigianato, turistico-alberghiero, commerciale ed edile), la cui incidenza si ridurrà di oltre 3 punti.

Questi andranno a favore soprattutto dei diplomati con maturità classica e scientifica (+1,2 punti) e di quelli a indirizzo socio-psico-pedagogico (+1,3 punti).

Un fenomeno, in altre parole, che da un lato riflette la contrazione dell’occupazione industriale e che, dall’altro, ha molti punti di contatto con quanto osservato in precedenza per i laureati (tra i quali la dinamica delle entrate previste è più sostenuta per gli indirizzi umanistici che per quelli tecnico-scientifici).

I diplomati che entreranno nelle imprese e nelle pubbliche amministrazioni e quelli che avvieranno un’attività di lavoro autonomo nel quinquennio 2013-2017 saranno in media quasi 510.500 ogni anno, vale a dire circa il 38,5% del totale.

Le prospettive occupazionali per i diplomati non sono favorevoli quanto quelle per i laureati
; le ragioni risiedono sia nell’incidenza della domanda sul mercato del lavoro, sia per il fatto che lo stock dei diplomati disoccupati nel 2012 è pari a circa quattro volte il flusso annuale degli ingressi sul mercato del lavoro: rapporto che per i laureati è invece all’incirca di due a uno. Anche alla ripresa del ciclo economico la domanda di lavoro di diplomati accrescerà a ritmi meno sostenuti rispetto ai laureati e, per di più, i giovani diplomati che ogni anno faranno il loro ingresso sul mercato del lavoro si troveranno a competere con uno stock di diplomati già alla ricerca di un impiego proporzionalmente doppio di quello con cui dovranno confrontarsi i neo-laureati.

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