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Professionisti del futuro #2. Cosa richiedono le PMI del Made in Italy

Il binomio tra digital transformation e piccole e medie imprese è la sfida che aspetta il nostro Paese e su cui si giocherà il futuro del Made in Italy. Cosa serve alle nostre PMI? La seconda puntata di “Professionisti del digitale” proverà a rispondere a questo quesito insieme ad Alessandro Rimassa, direttore della TAG Innovation School e influencer. Talent Garden ha studiato come le nostre PMI stanno affrontando questa sfida, analizzandone propensioni e strategie da implementare nel medio periodo.

Perché la trasformazione digitale è così importante? Seguire l’evoluzione del mondo del lavoro implica una corretta attitudine personale al cambiamento, insieme ad una giusta preparazione. Come abbiamo già visto insieme a Giulio Coraggio in “Professionisti del futuro. Le competenze chiave per lavorare nell'IoT”, il settore dell’ICT non richiede solamente delle competenze specialistiche ma anche una inclinazione a spostare il proprio punto di vista, ad essere curiosi. Questo non vale solamente per i lavoratori ma anche per le aziende che devono essere pronte ad intercettare il cambiamento. L’e-commerce, la profilazione nelle attività di marketing e l’adozione di una nuova organizzazione interna per aumentare la produttività sono solo alcuni dei fattori strettamente legati alla rivoluzione digitale. Il punto di arrivo è un’industria 4.0 dove big data ed open innovation sono elementi che fanno parte del quotidiano. Il capitale umano gioca in tutto ciò un ruolo fondamentale: la digital transformation viene messa in moto dalle persone e richiede, quindi, le giuste competenze.

 

Alessandro, per il tuo ruolo conosci il tessuto innovativo italiano composto da giovani talenti e da aziende sempre più pronte ad investire nel digitale. Secondo quello che hai avuto modo di osservare, quali sono le figure professionali più richieste dalle PMI per poter essere al passo coi tempi?

“In maggio abbiamo realizzato, in collaborazione con Intesa Sanpaolo e Cisco, una ricerca sulla penetrazione del digitale nelle PMI italiane: i nostri ricercatori hanno mappato le professioni più richieste ed è emerso che oggi le aziende hanno bisogno di digital marketer, data analyst, specialisti dell’e-commerce, ux designer, sviluppatori e digital officer. Sono professioni relativamente nuove che si stanno affermando e, oltre a garantire lavoro a giovani e non solo, permettono alle imprese di essere competitive sui mercati globali.”

Creatività e qualità sono da sempre le due principali caratteristiche del Made in Italy. Di fianco a ciò c’è la tradizione, spesso frutto di passaggi generazionali all’interno dell’azienda. Come pensi che questo patrimonio di conoscenze possa integrarsi con l’innovazione digitale?

“Il digitale è un mezzo, un amplificatore, un diffusore potente, un semplificatore di processi. Il digitale non è il fine, lo scopo. Con il Master in Digital Transformation per il Made in Italy abbiamo formato 20 consulenti di altissimo livello che ora si occupano della digital transformation delle imprese italiane: con noi hanno realizzato 14 progetti per 14 imprese diverse che fanno parte della storia e della tradizione imprenditoriale italiana, spiegando ad amministratori delegati e imprenditori qual è la strada da percorrere – oggi pomeriggio, non domani – per sfruttare il digitale a favore del proprio business. Che significa poi internazionalizzare le nostre imprese, velocizzarle, renderle adattive rispetto ai cambiamenti continui e alla concorrenza multisettore, garantire agilità di azione e crescita costante.”

L’open innovation implica un passaggio di conoscenze, non solo interno, ma che guardi anche al di fuori del perimetro aziendale. Quale valore aggiunto porta la contaminazione tra PMI e startup?

“Le imprese italiane sono piccole. Le imprese piccole hanno una mortalità altissima. L’innovazione avviene nei grandi centri. Tre affermazioni che spiegano perché se vogliamo rilanciare il Made in Italy e le imprese italiane dobbiamo mettere insieme mondi diversi. Il senso dell’open innovation sta tutto qui, nel mettere in relazione startup, PMI, nuovi professionisti del digitale, ricercatori e centri di eccellenza in un percorso sfidante e continuo. Il valore aggiunto è altissimo, in termini di risultati applicabili in termini di sviluppo dei modelli di business, ottimizzazione dei processi, nuove modalità di produzione e organizzazione, ma soprattutto va detto che questa è l’unica strada percorribile: dire no, oggi, al digitale e all’innovazione significa dire sì alla morte della propria azienda.”

Nel tuo ultimo libro “La repubblica degli innovatori” racconti di 85 startup nate nel nostro Paese. Tra queste storie ce n’è qualcuna che spiega questa contaminazione con le PMI?

“Diciamolo chiaro: l’innovazione non è un territorio proprietario delle startup, l’innovazione deve essere propria di tutte le PMI. Abbiamo oggi circa 7.000 imprese innovative, la maggior parte con pochi addetti e fatturati ancora risicati, credo quindi che queste vadano raccontate, applaudite e aiutate a crescere, ma che la vera sfida stia nelle piccole e medie imprese, il vero motore economico del Paese. Nei casi del libro ce n’è più d’uno che rappresenta bene la contaminazione tra questi sistemi e il perché si dà così importanza al fattore Startup: proprio perché queste poi contaminano le PMI. Penso a Fatture in Cloud, che è stata acquisita da un’impresa più grande, a Fazland, che porta revenues a tante imprese artigiane grazie a un sistema digitale che le connette con i consumatori, o ancora alla Giorgio Poeta che ora vende il suo miele in barrique in mezzo mondo grazie alla collaborazione con Eataly. Vedi, il segreto sta qui: contaminazione è la parola chiave che fa sì che digital transformation e open innovation non siano parole di moda ma motore del rilancio del Made in Italy.”

Il tuo claim è “Innovare è un processo”. Cosa suggerisci alle PMI che vogliono farne parte?

“Il punto chiave è che oggi l’innovazione è continua, cioè non si innova una volta e questo poi basta per un tempo lungo, ma è necessario innovare ogni giorno, per affrontare le sfide e i cambiamenti che abbiamo davanti. Il tema, un tempo, veniva trattato affidando l’innovazione all’esterno dell’azienda: ci si affidava a una società di consulenza, questa produceva delle belle slide e poi qualcuno in azienda ne applicava le indicazioni. Niente di sbagliato, si intende, ma come si può fare oggi qualcosa del genere quando l’innovazione di ieri non è già più sufficiente domani? È necessario quindi considerare l’innovazione come un processo di continuo adattamento dell’azienda alla situazione circostante, con alcune imprese che fungono da pionieri, e guidano il mercato nel suo cambiamento, e altre che producono soluzioni che incontrano i nuovi bisogni emersi. Per riuscirci, serve abilitare le persone all’interno dell’impresa a disegnare e implementare continue nuove innovazioni: questo lo si fa attraverso il trasferimento di competenze digitali, soft e hard, con percorsi di formazione continua che permettano alle persone – il vero cuore delle aziende – di esprimere il proprio potenziale. Non è difficile, ma è un impegno da affrontare con serietà e determinazione.”

Guarda alcune delle video pillole di Alessandro Rimassa, dedicate a questo tema, nella rubrica “Digital is not an option”!

 

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