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Quel quid in più: investire in responsabilità sociale

Cosa spinge un marchio affermato come Calzedonia a commissionare i propri prodotti ad una piccola realtà gestita da un gruppo di under 30? E una giovane bocconiana, con master in Scienze Politiche all’Università di Parigi, a interrompere la carriera europea e i progetti internazionali per aprire un’attività a Verona? Probabilmente la stessa cosa: la voglia di essere agenti del cambiamento.

Anna Fiscale, ideatrice e presidente di “Progetto Quid”, premiato dalla Commissione europea come il migliore a livello europeo per l’innovazione sociale, ha dato vita ad un marchio di moda etica e sostenibile mossa proprio, come ha raccontato più volte, dalla passione per il cambiamento e dalla volontà di creare cose belle per il proprio territorio.  

Il risultato di questa intuizione oggi è una cooperativa sociale votata al reinserimento lavorativo di persone provenienti da background svantaggiati, che dà lavoro a 85 persone, attraverso la produzione di abiti realizzati a mano a partire dalle rimanenze di tessuto di aziende italiane. Tessuti destinati al macero che qui hanno una seconda opportunità, proprio come le donne che li creano. Dal 2013 Progetto Quid ha aperto 5 store monomarca ed è presente nei negozi multibrand, ha allacciato collaborazioni con grandi aziende e concretizzato quella sostenibilità sociale e ambientale che è oggi il vero motore dell’innovazione sociale.

Giulia Houston, coordinatrice del progetto, ci spiega in che modo.

In soli 4 anni Progetto Quid si è posizionata sul mercato in maniera stabile, dando lavoro a 85 persone e vincendo il Premio Europeo per l’Innovazione Sociale nel 2014. Come avete fatto?

Con la tenacia, l’insistenza nell’andare a bussare porta a porta, presentandoci alle realtà del territorio con un progetto che fortunatamente qui a Verona ha trovato terreno fertile, ma anche con l’attenzione al prodotto, che è fatto in maniera artigianale e con tessuti di qualità ottima. Sicuramente all’inizio è stata fondamentale anche il Mentoring di Calzedonia, nata proprio a Verona, che ha creduto in noi e ci ha aiutati nello sviluppo di una strategia che potesse funzionare. Non solo, ci ha permesso di avere credibilità anche agli occhi di altre realtà che oggi collaborano con noi e poi l’impegno iniziale ha portato frutti.

Cosa significa per voi realizzare sostenibilità sociale e ambientale?

Significa tener conto di tutti quegli aspetti che non attengono al semplice valore economico pur essendo un’impresa a tutti gli effetti.  Innanzitutto usiamo tessuti di rimanenza, materiale che altrimenti sarebbe andato al macero con impatto ambientale negativo. Quel tessuto che “non serve più” da noi diventa materia grezza dalla quale partire per creare un abito unico.  I tessuti hanno una seconda opportunità, come le persone che li realizzano: vittime di tratta, di violenza, ex carcerate. Sono loro che fanno a mano i prodotti. L’aspetto della sostenibilità sociale è certamente ancor più importante di quello ambientale e lo realizziamo nelle dinamiche interne di aiuto e collaborazione, ma anche nel rispetto degli orari e della famiglia. Ad esempio, chi è inserito con contratto full time di 38 ore settimanali entra alle 8 del mattino ed esce alle 16, che è diverso dall’uscire alle sei di sera che è praticamente già ora di cena. Chi ha bambini, invece, è inquadrato con contratto part-time.

E come fate invece ad assicurare la sostenibilità di mercato?

Siamo partirti con collezioni indipendenti, ma oggi tanto lavoro viene dalle collaborazioni con aziende che coniugano i loro obiettivi economici con una Corporate Social Responsibility: oltre a Calzedonia, Diesel, Altromercato, Naturasì.

Non solo chi ci commissiona gli acquisti, ma anche chi ci fornisce le stoffe lo fa in quest’ottica. Per cui l’acquisto di materia prima è a prezzi agevolati. Inizialmente lavoravamo soprattutto con le donazioni, ora che le attività produttive si sono moltiplicate abbiamo bisogno di comprare grosse quantità di tessuto, ma lo facciamo con aziende che credono nel nostro core business e ci forniscono stoffe a prezzi agevolati.  

Come arrivano da voi le persone, tramite i servizi sociali?

Non solo, abbiamo collaborazioni con diverse realtà, servizi sociali ma anche organizzazioni del territorio e  associazioni che si occupano del supporto a categorie svantaggiate o lavoratori stranieri, come la Comunità Papa Giovanni XXIII che aiuta donne vittime di tratta, alcune delle quali lavorano con noi. È il caso di Amira (nome di fantasia), ad esempio, che è in Italia e si è trovata intrappolata nel giro della prostituzione. Da noi ha ricominciato, in un anno ha preso la licenza media e ora sta studiando per il liceo. Spesso viene qui a fare i compiti ed è proprio Anna, la presidente, che l’aiuta. Anche con la patente è stato così: era Anna che la portava a fare le guide che altrimenti sarebbero state a pagamento.

Voi avete raggiunto il pareggio di bilancio con dipendenti non specializzate e una presidente che le aiuta a fare i compiti sul luogo di lavoro piuttosto che usare il pugno di ferro. Qual è il vostro segreto?

L’approccio dell’aiuto reciproco è quello che caratterizza tutta l’azienda. Sicuramente la responsabile di produzione è esigente, ma è anche vero che ci sono figure che aiutano le donne ad imparare e migliorare continuamente. E questo avviene anche a livello orizzontale: i dipendenti si aiutano tra di loro. Credo sia questa la vera forza.

 

 

 

 

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