provincia di: Tutte
Seguici:

Cerca sportello

più vicino a te per orientarti nel lavoro

Una Riflessione sullo stato dell'Unione Europea

In tempi di crisi e di instabilità, economica, sociale e delle istituzioni, è indispensabile che l’Europa discuta e comprenda successi e fallimenti, senza aver timore di mettere in discussione se stessa ma anche senza dimenticare che l’UE ha rappresentato e sviluppato un progetto di pace nato dalle ceneri della guerra.

E quest’anno, più che mai, rappresenta un punto di snodo fondamentale per l’Europa che ha appena celebrato, pesandone i bilanci, i suoi primi sessant’anni. L’edizione 2017 della conferenza annuale sullo stato dell’UE - “State of the Union”, organizzata dall’Istituto Universitario Europeo dal 4 al 6 maggio a Firenze, é stata un’occasione preziosa proprio per fare il punto sulle nuove sfide: un mercato, con i suoi limiti, che però ha impedito un’altra guerra mondiale ed è diventato un esperimento di governance, attraverso il quale incrementare strumenti e policy efficaci per i prossimi anni.

“State of the Union” ha visto opinion leader, politici europei, esponenti del mondo del business e di quello accademico, affrontare temi come le migrazioni globali, il futuro del lavoro, il populismo, cercando di fornire risposte, soluzioni e riflessioni e declinandoli, per questa edizione, sul concetto di cittadinanza europea.

La professoressa Anna Triandafyllidou, si occupa del Global Governance Programme (GGP) presso il centro per gli studi avanzati Robert Schuman (RSCAS) e l’Istituto Universitario Europeo. Nella sua esperienza di studentessa e ricercatrice ha attraversato l’Europa: dalla Grecia, dove è nata e ha svolto ricerca accademica presso l’Hellenic Foundation for European & Foreign Policy (ELIAMEP), all’Inghilterra, al Belgio, all’Italia.

Professoressa Triandafyllidou, quest’anno la riflessione sulle politiche e le iniziative dell’Unione Europea è l’occasione per gettare le basi per il progetto dei prossimi sessanta anni? Da dove (ri)partire?

“Anche se lo facciamo ogni anno con le diverse sessioni di “State of the Union”, quest’edizione avrà al centro del dibattito la cittadinanza : il populismo, la sicurezza, i rifugiati, i “referendum”, le primarie e le elezioni con cui i cittadini europei faranno sentire, ancor di più quest’anno molti paesi membri hanno appuntamenti elettorali, la loro opinione. Queste sono le sfide da cui parte l’Europa dei prossimi lustri.
E voglio essere ottimista: queste sono questioni centrali su cui l’UE può lavorare bene, al netto della Brexit e delle politiche impossibili del presidente americano Trump: perché gli europei si sentono per la prima volta “diversi” dai loro alleati, Regno Unito e Stati Uniti, e rimarcare questa diversità è l’anticamera di una maggiore uniformità, di uno sforzo di comprensione e sintesi; per alcuni paesi forzato, per altri un’opportunità molto attesa”.

Questa è la logica dell’Europa a più velocità, ma anche il riconoscimento che la diversità culturale e sociale può essere un’occasione di apprendimento per gli stati membri, per calibrare gli sforzi con maggiore realismo. Per fare cosa?

“La commissione guidata da Jean-Claude Juncker ha avuto il merito, come del resto era emersa la consapevolezza nella maggior parte degli Stati membri, di riportare il terreno della cittadinanza europea su un piano sociale. Anche se non ci sarà una sessione dedicata al tema specifico, la conferenza di “State of the Union” si occuperà esattamente di questo: se vogliamo parlare di UE, delle sue sfide future e per predisporre gli strumenti adatti all’elaborazione di nuove policy e governance, dobbiamo affrontare le questioni sociali”.

Come frutto del dibattito svolto fin qui e come bussola per il futuro, non per caso, la commissione Europea ha istituito il pilastro dei diritti sociali, la fine di realizzare un’economia più competitiva fondata  sull’equità dei mercati del lavoro e dei sistemi di protezione sociale: un nuovo processo di convergenza verso migliori condizioni di vita e di lavoro in Europa?

“Il futuro del lavoro è già qui ma il welfare lo stiamo ancora elaborando. Il pilastro, denominato “Social Rights”, è esattamente uno strumento e un processo per costruire questo nuovo sistema di welfare.
Non più tanto per il dopo, ovvero l’età della pensione - come venne sviluppato nel secondo dopoguerra e durante i primi anni della Comunità europea – quanto invece per accompagnare tutta la vita del cittadino”.

L’Europa, dopo i Trattati di Roma nel 1957, visse il suo boom economico, e il welfare è stato uno strumento di redistribuzione dei vantaggi e dei benefici dell’unione doganale europea.
Quale sarà il driver ora?

“Occorre contestualizzare: all’epoca il boom era anche relativo alla soglia da cui partivano i paesi membri, fatto di povertà, ricostruzione e una working class che iniziava allora a godere del proprio lavoro, attraverso i consumi. Nonostante la forte recessione vissuta dal vecchio continente negli ultimi dieci anni e la ripresa a più velocità (velocità molto relative) che ora attraversa l’Europa, il livello di benessere medio dei cittadini europei è di gran lunga migliore. E il driver che deve guidare la spinta verso l’evoluzione del welfare, l’equità dei mercati e le politiche inclusive immaginate dal “Social Rights”, è l’innovazione.
Per questo dobbiamo ripensare il lavoro in modo creativo: in questi sessanta anni, l’Europa ha imparato a produrre con creatività, offrendo modelli di produzione ai paesi ora in via di sviluppo.
È un processo inarrestabile e altrettanto lo è l’imitazione dei modelli produttivi da parte di Cina e India, per esempio.  Per questo non serve concentrarsi, a livello di politiche del lavoro, sulla semplice riapertura delle fabbriche ma sulle industrie “intelligenti”, i prodotti ad alta tecnologia ed innovazione, dove conta il “made in”; come il caso positivo dell’Italia dimostra.

Come può muoversi l’Europa nel guado tra innovazione e lavoro?

Il problema, e qui è la sfida, è mettere insieme le diverse forme di lavoro, dalla gig alla sharing economy, sia per il giovane millennial che per gli over 50, con nuove forme di tutela, protezione sociale, diritti e doveri del lavoratore e dei datori di lavoro; per una maggiore equità ma anche per creare una sana competitività. Per tanti anni l’Europa ha goduto della sua legittimità strumentale affinché la sua manifattura fosse efficiente ed efficace. Ora questo primato, condiviso con i paesi più industrializzati, deve coniugarsi con l’innovazione. E non sarà portando gli stipendi al minimo, rendere il costo del lavoro più competitivo, che si riuscirà ad evitare il dumping dai paesi vicini ed extra europei. In questo senso è bene ricordare che l’Unione europea è un progetto politico non neutro, che ha beneficiato di una governance ben definita, e che per questo può e deve trarre beneficio dall’arrivo dei “nuovi” lavoratori per mestieri che spesso gli europei non vogliono più fare, e della flessibilità con cui i cervelli europei vanno a mettere a frutto le loro competenze al di fuori del paese di origine. L’Europa, in questo senso, deve avere coraggio: se non si scioglie questo nodo, l’insicurezza e il populismo continueranno a predare la voglia di fare dei cittadini europei. Il discorso sulla cittadinanza si innesta qui: di fronte ad un cittadino che si sente depauperato delle sue chance, di vita e di possibilità professionali, addossandone la colpa al diverso da sé, allo straniero; occorre fornire nuove opportunità. E la tecnologia e l’innovazione – se pur governata in modo non uniforme in tutti i paesi comunitari – lo stanno già facendo”.

La questione del pilastro sociale è declinabile accanto allo sviluppo delle competenze e al sistema di apprendimento sul luogo di lavoro?

“Partiamo dal presupposto che ogni paese produce le competenze che riesce e laddove non può colmare il suo gap, si affida inevitabilmente alla mobilità dei lavoratori, più o meno qualificati, provenienti dall’esterno: l’idea europea si è sviluppato esattamente su questo. Pensiamo al più grande processo di scambio e arricchimento culturale realizzato con il progetto Erasmus. Certo, ci sono paesi che sulle competenze riescono a colmare le proprie lacune, con il sistema duale “lavoro in apprendimento”, come in Germania. Ma in questo senso anche l’Italia si sta muovendo bene su questo aspetto e sta attivando maggiore connessione tra professioni, mestieri e universo accademico, con un modello di sistema duale simile a quello della Germania. Il mondo universitario tedesco, tuttavia, resta molto più chiuso di quel che si pensa; mentre la Francia è riuscita, con impegno, ad aprire la sfera della formazione e delle accademie al lavoro e alle competenze dall’estero”.

Da cittadini greca e studiosa, che ne pensa dell’ultimo accordo tra Atene e i creditori della Troika (UE) e il Fondo Monetario Internazionale?

“L’ultimo accordo porterà ad una riduzione del debito greco con un aumento delle tasse e un ulteriore taglio alle pensioni: non credo sia la via giusta ma attualmente è l’unica praticabile. Dopo le prime batoste per recuperare il debito con i creditori, i greci si sono sentiti puniti e sviliti, riluttanti a rispettare nuove regole e tasse. È quello che in un progetto comunitario, se pur amaramente, viene considerato un sistema di winners & losers. Per questo la sfida di Tsipras ora è iniziare a restituire qualcosa ai greci, per non lasciare sul tavolo solo la disuguaglianza. E anche per questo l’Unione europea ha davanti a sé la sfida di agire con il pilastro sociale per evitare che la cittadinanza disperda la propria voce nel populismo e nelle disuguaglianze. Paradossalmente e senza alcuna soddisfazione, con l’uscita del Regno Unito dall’Unione, finalmente ci si potrà concentrare nuovamente sugli aspetti sociali della comunità, alla base di ogni policy futura”.

 

Per approfondire visita il sito che il Ministero del Lavoro ha dedicato al 60° anniversario dei Trattati di Roma!

Copia il contenuto: Stampa il contenuto: