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Ripple, trovare lavoro non è un gioco

Quanto tempo hai impiegato a costruire la tua rete professionale? Come hai lavorato alla costruzione dei tuoi rapporti di lavoro? Hai mai chiesto una segnalazione (anche detta referral) a qualche tuo collega per un incarico professionale? Il network, ce lo insegnano LinkedIn e le altre reti professionali, è importante: dai contatti “giusti” dipendono le chance di incontrare futuri datori di lavoro, collaborazioni tra professionisti, suggerimenti e informazioni sulle aziende che cercano candidati.

Ryan Ogle, ex manager di Tinder, crede di poter rispondere in modo innovativo con un nuovo strumento a tutte queste domande con Ripple. Nato dallo spin-off dell’app di dating (Tinder), Ripple è un’app appena arrivata in Italia che si propone come alternativa a LinkedIn perché consente di creare una connessione con un collega o un professionista con competenze simili alle proprie, tramite una richiesta di contatto.
L’obiettivo è accrescere il proprio network, funzionale ad una nuova posizione lavorativa.

Ti stai chiedendo dov’è la differenza con LinkedIn?

Su Ripple non ci sono offerte di impiego, perché opportunità e nuove chance lavorative sono generate dalle interazioni con il network; a differenza di quanto avviene su LinkedIn. L’app stessa è concettualmente diversa: l’algoritmo di Ripple ti propone utenti nelle vicinanze con interessi simili e competenze professionali analoghe e complementari, che potrai sfogliare con uno “swipe” ovvero con lo scorrere del dito (orizzontalmente) sull’immagine dell’utente che compare sul display dello smartphone.
In sostanza, Ripple ha una struttura meno formale e più giocosa per permetterti di fare networking professionale. Trovare lavoro però non è un gioco, e Ryan Ogle, sviluppatore e programmatore classe 1979 che ha dato vita a Ripple, sa anche questo. Quello che è più interessante per il lavoratore 2.0 è il ragionamento da cui è partito l’ex manager di Tinder: la psicologia del networking cambierà, anzi sta già cambiando e Ripple intercetterà questa evoluzione. Perché, spiega Ogle, quello che trattiene le persone dal raggiungere altre persone con cui vogliono entrare in contatto professionalmente, viene abbattuto dalla dinamicità dello strumento: come Tinder ha rimosso la paura del rifiuto, Ripple riuscirà a fare altrettanto tra utenti con caratteristiche simili ma provenienti da altri contesti.

Perciò Ogle ha scommesso sulla parte più innovativa, il riconoscimento facciale: più veloce della geo-localizzazione e capace di rendere l’utente “più attivo” nella scelta delle connessioni da ricercare.
Anche questa app, come LinkedIn tuttavia, darà la possibilità di visualizzare in un newsfeed  le informazioni e i post pubblicati dagli utenti, di creare eventi e gruppi focalizzati su interessi e persone vicine all'utente.
Il riconoscimento facciale rappresenta il tratto più originale ma anche più controverso, vediamo cosa significa: in un contesto reale, si punta infatti la fotocamera dello smartphone verso il volto della persona con cui vogliamo creare una connessione o che vogliamo scoprire se sarà utile per il nostro network.
Se la persona è iscritta a Ripple, le sue informazioni principali compariranno sul display e sarà possibile chiedere, contestualmente all’utente riconosciuto, se vuole entrare in contatto a livello virtuale.
Il cosiddetto “face connect” (in uso anche su nuovi smartphone con il nome di Face ID; cioè l'identificazione dell’utente proprietario del device), consente tuttavia alla persona riconosciuta dall’app di negare la connessione e lo stesso Ryan Ogle ha garantito che questo strumento non lede la privacy degli utenti, anche se questi possono essere “identificati” con il face connect fino a tre, quattro metri di distanza.
Nel momento in cui si installa l’app e si decide di utilizzarla, l’utente viene informato rispetto ai trattamenti svolti sui propri dati personali e può decidere se dare il consenso per l’utilizzo delle funzionalità di Ripple, tra cui il face connect.

Come tutte le soluzioni altamente tecnologiche, anche questa del riconoscimento, oltre a far sorgere problemi di privacy, induce ad un’altra riflessione di più ampio respiro: le persone iscritte a Ripple saranno spinte ad utilizzare lo strumento anche per ragioni di networking extra professionali? Questa, del resto, è la domanda che esperti, ma non solo, si stanno già ponendo: ovvero se il networking e la conseguente possibilità di trovare lavoro o una collaborazione “tailored” – tagliata su misura – possa essere ricercata con tutti gli strumenti digitali maggiormente innovativi resi disponibili dai big del tech.

Un pò come se trasferissimo il detto "in amore e in guerra niente regole" anche al mercato del lavoro.
Senza doverci spingere a dare sentenze tanto azzardate, basta ricordare che i recruiter ormai indagano “la vita del candidato” per una determinata posizione lavorativa, così come tutti gli utenti potenzialmente adatti a quell’incarico, non solo sui social media professionali come LinkedIn ma anche sulle altre reti sociali, come Facebook, Twitter, Instagram. E se pensi che il lavoro di indagine dei manager delle risorse umane si concluda una volta guadagnata la posizione lavorativa, sono illusioni: i recruiter continuano l’opera di osservazione e indagine anche dopo l’assunzione, laddove è possibile cogliere soft skill ed evoluzioni nello storytelling del collaboratore. Un lavoro da spioni, diresti, in realtà anche una possibilità in più, per ogni candidato, per esprimere qualità e virtù per lungo tempo ignorate dai datori di lavoro.
Se Ripple intende cambiare il paradigma della ricerca del lavoro e del networking professionale, in qualcosa di più divertente e giocoso, non resta che aspettare le reazioni degli utenti.

 

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