Come fare fundraising
Dalla raccolta fondi alla costruzione di relazioni: tutto quello che serve per sostenere progetti sociali in modo efficace

Il non profit in Italia continua a crescere ed evolversi. Secondo il rapporto “Il benessere equo e sostenibile in Italia”, nel 2024 si contano 368.367 istituzioni attive, con 949.200 dipendenti. Dopo il calo registrato tra il 2020 e il 2022, il settore è tornato in espansione, con una crescita particolarmente significativa nel Sud (+4,1%) e nelle Isole (+2,3%).
A trainare questo sviluppo sono soprattutto le attività ricreative e di socializzazione, insieme alla filantropia e promozione del volontariato e alla tutela dei diritti. In questo scenario dinamico, le competenze legate al fundraising diventano sempre più centrali per sostenere progetti e garantire continuità alle organizzazioni.
Il fundraising non è più soltanto “raccolta fondi”, ma un processo strategico fondamentale per garantire la sostenibilità economica e l’impatto sociale delle organizzazioni. Fare fundraising significa costruire relazioni, attivare comunità e trasformare un progetto in una causa condivisa. Non è quindi un obiettivo finale, ma un mezzo per sostenere iniziative sociali, culturali e ambientali nel lungo periodo.
Una campagna efficace si sviluppa attraverso un percorso ben strutturato:
Per avviare un progetto di fundraising efficace, è fondamentale definire innanzitutto il team interno e coinvolgere gli stakeholder chiave. Spesso risulta utile istituire un comitato dedicato con capacità decisionali e relazionali, in grado di guidare le scelte strategiche. Il progetto deve essere chiaro, credibile e ben raccontato: missione, obiettivi e impatto vanno sintetizzati in uno statement incisivo che comunichi il valore dell’iniziativa.
Una valutazione attenta dei punti di forza e delle criticità dell’organizzazione permette di costruire una strategia coerente e sostenibile. Il capitale relazionale è centrale: partner, aziende, istituzioni e comunità locali contribuiscono a generare fiducia e a consolidare le relazioni.
I principali mercati di riferimento restano:
individui (donazioni, membership, lasciti);
aziende (CSR, sponsorship);
fondazioni (grant e partnership);
enti pubblici (bandi e convenzioni).
Definire obiettivi realistici e il fabbisogno finanziario consente di orientare le attività e monitorarne l’efficacia. Oggi si utilizzano kpi precisi, come tasso di conversione, costo per donazione e retention dei donatori, ma non contano solo i risultati economici: è sempre più rilevante l’impatto sociale generato, spesso richiesto dai finanziatori. Il vero valore si costruisce nel lungo periodo, mantenendo il rapporto con i donatori attraverso aggiornamenti costanti, trasparenza e coinvolgimento attivo. Accanto agli strumenti tradizionali, il digitale ha trasformato profondamente il settore:
- e-mail marketing e newsletter: restano fondamentali per coltivare la relazione;
- eventi (online e offline): utili per engagement e visibilità;
- crowdfunding: sempre più diffuso grazie a piattaforme dedicate;
- social media e content strategy: storytelling e community building sono centrali;
- crm per donatori: strumenti digitali per gestire e analizzare le relazioni;
- corporate fundraising: collaborazioni con aziende sempre più orientate all’impatto esg.
Nel 2026 il fundraising è una competenza “high skill” sempre più richiesta, non solo nel non profit ma anche in ambito culturale, sanitario e universitario. Servono capacità trasversali: marketing, comunicazione, analisi dati e project management.
In un contesto competitivo e in continua evoluzione, saper fare fundraising significa saper creare valore, costruire fiducia e attivare persone intorno a una causa. È questo il vero motore del cambiamento.






